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Melchiorre Gerbino, drettore della rivista Mondo beat, leader dell'omonimo movimento
- Melchiorre Paolo Gerbino
- direttore della rivista Mondo Beat
- leader storico della Contestazione


Il Nanerottolo Romano che non può reggere il mondo con la spada

Nella seconda metà di settembre del 2003 pubblicavo sul sito Internet della casa editrice Asefi-Terziaria di Milano il saggio sul Vaticano Il Bambino Gesù mi vuole terrone in versione italiana e inglese. L’Asefi-Terziaria aveva già pubblicato tipograficamente il mio libro "Area di Transito" e Gianfranco Monti, il titolare, inviava ora 2500 e-mail de "Il Bambino Gesù mi vuole terrone" ad altrettanti suoi abbonati. Ne conseguivano polemiche e i contatti giornalieri del sito triplicavano (da 40 a 120) e ne conseguivano derive su temi scottanti, come la politica del papa Pio XII verso l’Italia e la fine del papa Giovanni Paolo I, presumibilmente avvelenato dal Generale dei gesuiti Pedro Arrupe, quando, sul più bello, l’editore Gianfranco Monti veniva trovato morto su una rampa di scale di un condominio di Via Volta in Milano, dove possedeva un appartamento. Questa morte inaspettata avveniva l’8 dicembre 2003, a meno di 3 mesi dalla pubblicazione del mio saggio.
Appresa la notizia io lasciavo Calatafimi, il mio paese natale in Sicilia, dove mi trovavo, e l’11 mattina ero tra una quarantina di persone in un obitorio di Milano, per dare l’addio a Gianfranco Monti. Gianfranco Monti però, tre giorni dopo il trapasso, non riposava nel "rigor mortis", come sarebbe stato normale trovarlo, ma aveva i tratti del viso stravolti. Nell’attonito ammutolimento degli astanti, Donatella, la vedova, rivolta a me disse ad alta voce "Vedi com’è diventato viola?". Giorni dopo, senza che fosse stata fatta l’autopsia e fuori dalla tradizione familiare, la vedova faceva cremare il corpo del marito, forse avendo ricevuto qualche "consiglio". Essendo la Asefi-Terziaria una casa editrice a conduzione familiare (Gianfranco e Donatella e i figli Giulia e Eugenio), la morte di Gianfranco ne menomava l’attività, tanto che de "Il Bambino Gesù mi vuole terrone" nessuno si sarebbe più potuto occupare. Se Gianfranco Monti è stato assassinato, lo è stato perché calasse il silenzio su "Il Bambino Gesù mi vuole terrone" e le polemiche che stava sollevando, e lo scopo era stato raggiunto da chi se lo era prefisso, e pur tuttavia, prima che fosse sospesa la partita, la Asefi-Terziaria inviava email del saggio ai maggiori quotidiani del mondo, che li recepivano.

Due mesi dopo questi eventi mi recavo a Mombasa e mi convertivo all'Islam. Mi sarei fermato in Kenya dal 21 febbraio al 20 marzo 2004.

Ritornato a Milano, ci restavo fino a fine aprile. Poi tornavo a Calatafimi, dove possedevo una casa in una campagna.
Il 14 maggio 2004 ero dunque a Calatafimi, e la sera mi recavo nel museo comunale per salutarvi Anita Garibaldi, pronipote di Giuseppe Garibaldi, la quale era stata invitata dal sindaco Nicola Cristaldi a presenziare alle celebrazioni della ricorrenza della Battaglia di Calatafimi del 15 maggio 1860. Essendole io andato incontro ed avendola abbracciata, grande fu il mio sconcerto nell’averla sentita scostante verso di me e fredda di ghiaccio. Tra lei e me c’era dimestichezza, avendola io conosciuta anni prima assieme al professore Salvatore Spinello, suo convivente, in una discoteca romana dove si progettavano manifestazioni per un’altra ricorrenza garibaldina e avendoli poi io frequentati assiduamente. Nella circostanza di quell’incontro nella discoteca romana, il professor Spinello m’aveva dato il suo biglietto da visita e m’aveva detto-"Sono un gran maestro di massoneria. Mi telefoni". Io, che ero curioso di conoscere l’ambiente massonico, l’avevo chiamato pochi giorni dopo e subito ero stato invitato a casa della Garibaldi, dove ero stato introdotto in una cerchia di persone con le quali mi ero intrattenuto. Fin da quella prima volta, e poi sempre, io non avrei fatto mistero di quello che pensavo del Vaticano, e quella sera stessa, argomentando sui rapporti che il Vaticano intratteneva con le nazioni dove numerosa era la comunità italiana, io ebbi a dire- "Il Vaticano, come prima mossa, vi avrà mandato un nunzio apostolico con i piani per introdurvi la mafia". Al che, il professor Spinello aveva troncato il mio dire con un brusco "Giovanotto!", che m’aveva lasciato interdetto, perché dalle mie letture sui massoni m’era parso evidente come essi fossero anti-papisti (vedono nel papa l’Anticristo, gli strappano l’anello dal dito e lo pestano tre volte sotto i piedi!). Il giorno dopo, nella Serenissima Gran Loggia Mistica degli A.L.A.M., dove andai a incontrarlo, il professor Spinello mi spiegò come nel 1912 un gruppo di massoni s’era staccato dalla Confessione di Palazzo Giustiniani (quelli che pestano l’anello) per dare vita alla nostra Confessione di Piazza del Gesù e andare incontro ai cattolici italiani, fin lì negletti, e portare loro la Luce.
Cominciai a frequentare la Serenissima Gran Loggia Mistica, incuriosito dalla figura del Professore. In verità non avevo mai conosciuto qualcuno più paradossale e indecifrabile di Salvatore Spinello. Egli gestiva una loggia dove non veniva nessuno, tranne il proprietario dei locali, che ogni giorno reclamava i soldi dell’affitto di sette mensilità arretrate, e se ne stava lì una buona ora a profferire minacce di sfratto, mentre il Professore adduceva scuse inverosimili. Quando finalmente il proprietario se ne andava, il Professore, preso da un raptus di liberazione e euforia, andava a scartabellare elenchi di "fratelli", non si sapeva più se "in sonno" o morti, e si metteva a fare proiezioni di quanti ne avrebbe potuto recuperare e calcoli di quante mensilità arretrate avrebbe potuto da loro riscuotere, per saldare i conti dell’affitto, e preparava memorandum per una segretaria inesistente, ma di cui si aspettava l’avvento. Io non mi spiegavo perché non mollasse tutto e si godesse in pace la vecchiaia. Il Professore non era un mitomane. Durante la seconda guerra mondiale era stato una sorta di Rambo, e s’era guadagnata una medaglia d’argento, e però, per la sua natura paradossale, non aveva mai imparato a nuotare e aveva terrore delle masse d’acqua... E poi lì, nell’abbandono della Serenissima Gran Loggia Mistica, d’un tratto poteva apparire il capo di una branca dei servizi segreti italiani, che a suo tempo aveva presentato il Professore a un capo dei servizi segreti americani, che aveva fatto un "provino" al Professore, che però non era andato bene, perché per quell’incarico in Italia era stato scelto Antonio Di Pietro... Oppure arrivava un vice questore, che veniva a raccontare al Professore di tutte le ammazzatine tra carabinieri e carabinieri, e tra poliziotti e poliziotti, e tra carabinieri e poliziotti (io ero tenuto lontano da questo genere di incontri, il Professore me ne avrebbe poi accennato vagamente); oppure, a un tratto, come preso da una ispirazione, il Professore alzava il telefono e componeva un numero -"Signorina, sono il professore Spinello, mi passi, per cortesia, il cardinale Oddi"- che era un cardinale molto intimo del papa Giovanni Paolo II, e la signorina glielo passava. Stupefacente era poi la sua preparazione sugli articoli della Costituzione italiana e la sua capacità di interpretarli e di suggerirne modifiche, abrogazioni, miglioramenti, e stupefacente era la sua negazione per la politica, sia italiana che estera, di cui fraintendeva tutto. Dopo alcuni mesi mi stancai di frequentarlo e, stanco com’ero pure di vivere a Roma, mi trasferii a Milano. Ma qualche anno dopo, essendo tornato a Roma, lo cercai ancora, e non fu impresa facile rintracciarlo, perché nel frattempo la Serenissima Gran Loggia Mistica aveva dovuto sloggiare alcune volte da un locale a un altro, sempre per inadempienza di pagamenti d’affitto. Avendolo finalmente rintracciato, trovai il Professore più solo e screditato di prima, e ancora più intestardito a volere andare avanti a ogni costo. Capii allora che egli era afflitto da una perniciosa forma di narcisismo senile, pur tuttavia continuai a credere che fosse custode di qualche verità esoterica, di qualche scaglia di pietra filosofale. E anche quella seconda volta gli fui assiduo, finché non lo misero agli arresti domiciliari, per una sua presunta trama per assassinare Umberto Bossi, una faccenda che sapeva di complotto contro il Professore, ordito da quelli di Palazzo Giustiniani (quelli che pestano l'anello). Infine, mi ero reso conto di come Salvatore Spinello fosse al servizio del Vaticano, ma di cosa specificamente si occupasse non mi ero potuto rendere conto. Io non gli avevo mai fatto mistero di come detestassi il Vaticano.

Di Anita Garibaldi, invece, non mi era stato difficile capire subito la personalità. Era di intelligenza comune e scarsa cultura, e si sentiva investita di carisma perché discendente di Giuseppe Garibaldi. Per ogni evento pubblico cui partecipava, veniva prima imbeccata da Salvatore Spinello su ciò che doveva dire e su come doveva comportarsi, ma puntualmente avrebbe fatto disperare il Professore per come si sarebbe espressa e comportata. Perciò, quella sera del 14 maggio, io sarei rimasto interdetto a causa del suo comportamento, perché, per la prima volta, non riuscivo a capirlo, né a spiegarmi della sua freddezza nei miei riguardi valeva il fatto che Anita Garibaldi fosse stata invitata dal sindaco Nicola Cristaldi, il quale ce l’aveva a morte con me. Per dire due parole su costui, che è un altro protagonista della vicenda che sto descrivendo, Nicola Cristaldi era stato da me attaccato in un comizio elettorale perché, per farsi rieleggere sindaco di Calatafimi, aveva fatto un plateale voltafaccia, passando da sfegatate posizioni laiche a un grottesco e losco asservimento clericale. Asservimento grottesco, perché progettava la installazione di tre statue di idoli cattolici nell’area archeologica di Segesta, dove se tre statue si avessero a installare, dovrebbero essere quelle di Enea, Alcibiade, Cicerone. E asservimento pure losco quello di Nicola Cristaldi, perché c'era da sospettarlo implicato in un incendio doloso che aveva distrutto i locali dove si ritrovavano gli anziani di Calatafimi, locali che non erano stati ristrutturati, ma al cui posto sarebbe stata eretta una statua di Padre Pio, a spese del Comune.

Il 15 maggio ero dunque sulle alture del Colle di Pianto Romano, dove si celebrava la ricorrenza della Battaglia di Calatafimi. Lì Anita Garibaldi teneva un discorso, con cui evocava a più riprese le origini cristiane dell'Europa, mentre Nicola Cristaldi, impettito nella fascia tricolore di sindaco, si prodigava in baciamani al vescovo di Mazara del Vallo. L’atmosfera di quella commemorazione era surreale, pareva come se Giuseppe Garibaldi avesse vinto la battaglia di Calatafimi per intercessione della Madonna.

Dai primi di luglio mi ero dedicato a restauri della mia casa di campagna, che stavo quasi ultimando, quando il pomeriggio del 13 settembre qualcuno mi avrebbe detto che volevano avvelenarmi.
Ciò sarebbe successo a Caltafimi, mentre io sostavo in Piazzetta Beato Arcangelo Placenza davanti al bar di Nino Mazara, dove avevo bevuto un caffè. Mi veniva allora incontro un signore, che con gran gesticolare e ad alta voce mi diceva "Oh! Signor Gerbino! Che piacere! Posso chiederle un autografo?".
Poiché ero stato molte volte ospite del Maurizio Costanzo Show, dove parlando dei miei viaggi intorno al mondo avevo fatto segnare alti indici di ascolto, ero conosciuto da molti e non di rado mi si chiedevano autografi.
Questo mio ammiratore non era di Calatafimi, che è un piccolo paese dove tutti ci conosciamo a vista. Parlava senza inflessioni dialettali, era sulla quarantina, di alta statura e di corporatura massiccia, carnagione scura e capelli corvini, lenti da vista affumicate, indossava un completo estivo marrone e calzava mocassini Timberland.
Reggeva un portafogli con sopra un biglietto da visita girato dal lato in bianco e mi porgeva una penna biro perché io firmassi. "Stia attento che la vogliono avvelenare!" - mi bisbigliò, e mi diede una gentile pacca su una spalla e si allontanò con la stessa area teatrale con cui era arrivato.
Io rientrai nel bar a bere un altro caffè, poi mi avviai alla mia macchina per recarmi in campagna e andarmi a stendere in un’amaca a riflettere.

Ormai non potevo più avere dubbi di come l'editore Gianfranco Monti fosse stato avvelenato ed era realistico credere che si predisponevano a fare lo stesso con me. Né sarebbe stata questa la prima volta che si sarebbe attentato alla mia vita.
Il primo attentato alla mia vita era avvenuto nell'aprile del 1968, nove mesi dopo lo scioglimento del Movimento Mondo Beat, quando Gianni De Martino, una spia che si era infiltrata nel movimento, si unì a me e alla mia compagna svedese Gunilla Unger in un viaggio in Marocco. Una volta in Marocco, Gianni De Martino si coordinò con tale De Mattia, un agente dei servizi segreti che lavorava sotto copertura diplomatica all'Ambasciata d'Italia a Casablanca. I due concepirono il piano di uccidere me con una overdose di morfina in una casa frequentata da hippies a Marrakech, e di ridurre Gunilla Unger tossicodipendente, di modo che dal Vaticano avessero potuto gridare ai 4 venti Vedi come quel drogato direttore di Mondo Beat, Melchiorre Gerbino, e sua moglie son finiti?!
Così Gianni De Martino ci condusse in quella casa, dove tra gli hippies si mimetizzavano agenti segreti. Lì rimanemmo in stato di prigionia durante tre giorni, ma non sarebbero riusciti a costringermi a farmi iniettare un'iniezione di morfina. Ci fu permesso di lasciare quella casa perché molti che la frequentavano si erano insospettiti di come vi stesse accadendo qualcosa di stranamente insolito. Allora Gunilla Unger e io abbiamo fatto una corsa in taxi da Marrakech a Casablanca, dove sono andato prima alla polizia per denunciare quanto accaduto, poi all'ambasciata d'Italia a dire all'agente segreto De Mattia che ero a conoscenza del suo piano di uccidermi. All'uscita dall'ambasciata fummo arrestati dalla polizia marocchina e rinchiusi in una prigione durante tre giorni e sottoposti a psicofarmaci. Non fummo uccisi perché avevamo fatto troppo rumore perché potessero ucciderci alla chetichella. E però, dopo questa vicenda, mi ci sono voluti un paio di anni per recuperare il mio equilibrio.
Gianni De Martino sarebbe stato premiato dal Vaticano, che lo avrebbe promosso agente di collegamento tra la Santa Sede e il Mossad (1). Lo stesso Gianni De Martino ne avrebbe data testimonianza sul suo sito ufficiale (2). Chi volesse saperne di più su Gianni De Martino, trova qui tutta la sua storia (3).

La seconda volta che si tentò di uccidermi fu a Calatafimi, nel settembre del 1988. Da dieci mesi avevo tenuto pubblici comizi e affisso manifesti coi quali avevo fatto scappare in Ecuador, da dov’era venuto, il reverendo Michelangelo Bruccoleri, un prete impostore che stava truffando soldi a tutto il paese, e avevo fatto dimettere, l’uno dopo l’altro, due sindaci di Calatafimi, democristiani dell’area di Sergio Mattarella. Ciò avevo fatto da solo, forte dei diritti di libertà d’espressione che garantisce la Costituzione italiana. Ma a Sergio Mattarella non gli può fregare di meno della Costituzione italiana! Egli è tra gli uomini più fidati che il Vaticano abbia in Italia, e perciò tra quelli che vi detengono la parte più oscura e perversa di potere. A lui si deve il "Mattarellum", legge elettorale per cui in Italia si sottraeva un quarto dei deputati all’elezione popolare e li si faceva assegnare "a divinis"; e a lui si deve la "Caramafia", carabinieri all'uopo coordinati con mafiosi, sistema messo a punto dal Mattarella quando aveva la delega ai servizi segreti nel governo Prodi e poi il ministero della Difesa nei successivi governi De Mita e Amato. Figurarsi dunque se in un protettorato vaticano, qual'è l'Italia dalla fine della seconda guerra mondiale, non si ammazzi uno come me, che fa scappare un prete e fa dimettere due sindaci dell’area di Sergio Mattarella! E per queste ragioni e per altre ancora, di cui dirò a seguire, fu deciso di eliminarmi durante una tornata di omicidi che sarebbero occorsi, con frequenza settimanale, nel settembre del 1988. Il mio era stato programmato per il 20 settembre, tra quello di Alberto Giacomelli (avvenuto il 14) e quello di Mauro Rostagno (avvento il 26).
Non starò qui a descrivere i dettagli di questa storia, perché li si possono leggere in una denuncia da me presentata al Tribunale di Milano e dal magistrato Ferdinando Pomarici poi inviata per competenza al Tribunale di Trapani, dove giace archiviata (ovviamente!).
Quello che voglio invece spiegare è perché fu programmata una tornata di omicidi con cui eliminare Giacomelli, Gerbino, Rostagno.
Si era nel 1988, due anni dopo la catastrofe atomica di Chernobyl, che di fatto aveva segnato la sconfitta dell'Unione Sovietica nella Guerra Fredda. Il Partito Comunista Italiano, ch'era stato un partito satellite di quello sovietico, era allo sbando, e si trattava del maggiore partito nazionale. I gesuiti avevano perciò pensato di creare un partito loro, allo scopo di catturare i voti dei comunisti allo sbando. Questo partito si sarebbe chiamato "La Rete", sarebbe sorto in Sicilia, per poi espandersi a tutta l'Italia, sarebbe stato affidato dai gesuiti a Leoluca Orlando, un loro ex allievo.
Ma, per altro verso, anche Bettino Craxi col Partito Socialista Italiano si adoperava ad attirare i voti dei comunisti allo sbando.
Gli omicidi di Rostagno e Gerbino furono programmati dai gesuiti nel timore che costoro, che facevano attivamente parte dell'area socialista di Craxi, potessero, in una circoscrizione della provincia di Trapani dove operavano, catturare voti di comunisti in tal numero da fare scattare il quoziente per l'elezione di un deputato in più di area socialista, sottraendone uno all'area clericale. E siccome, per ammazzarli, i gesuiti dovevano ricorrere ai servizi segreti e alla criminalità organizzata, pensarono, a che c'erano, di ammazzare pure il magistrato in pensione Alberto Giacomelli, ch'era stato presidente di una sezione del tribunale di Trapani e conosceva le magagne giudiziarie dei gesuiti, cui si era rifiutato di partecipare (per lo stesso motivo, nella stessa giurisdizione, era stato antecedentemente ammazzato dai gesuiti il magistrato Giangiacomo Ciaccio Montalto)
E siccome negli omicidi che programmano i gesuiti sono raffinatissimi, quello di Melchiorre Gerbino, leader storico della Contestazione, lo avevano programmato per un 20 settembre, data di ricorrenza della Breccia di Porta Pia. Mi si concedeva l'onore di una vendetta storica.
L'attuazione dell'omicidio di Melchiorre Gerbino sarebbe stata affidata a un mio concittadino, Rosario De Gaetano, segretario del Partito Liberale Italiano della Provincia di Trapani. Costui era un esaltato, che da giovanissimo aveva tentato il suicidio sparandosi addosso con un fucile.
Per fare di una lunga storia un racconto breve, dirò che raggiunsi Milano, dopo essere riuscito a svicolare attraverso un prolungato accerchiamento dei servizi segreti che davano copertura appunto a Rosario De Gaetano e ai suoi fratelli Francesco, Filippo, Gianfranco, al geometra Salvatore Lucido e a tale Nucciu Pilaturi, i quali formavano la squadra di fuoco da cui avrei dovuto essere eliminato.
Arrivato a Milano, mi rifugiai nella sede del quotidiano socialista "Avanti!", dove dormii alcune notti. Alessandro Garlatti, ch’era stato avvocato di Mondo Beat, preparò la mia denuncia, con la quale accusavo esplicitamente i gesuiti Bartolomeo Sorge e Ennio Pintacuda di essere gli ideatori, Sergio Mattarella e Leoluca Orlando i mandanti, degli omicidi Rostagno e Giacomelli e del mio mancato. Ovviamente di questo non si fece uno scandalo nazionale, ma Bettino Craxi avrebbe aggiogato al carro socialista il Partito Liberale Italiano.
Rimasi allora due mesi e mezzo a Milano, poi tornai a Calatafimi, dove mi ristabilii e dove tenni un ultimo affollatissimo comizio in cui sparavo a zero sul cardinale Salvatore Pappalardo, primate di Sicilia, sui gesuiti Pintacuda e Sorge e sui loro discepoli Mattarella e Orlando. Concludevo così la mia campagna per i diritti civili (7 comizi e 2 manifesti murali, di cui è conservata la memoria). Mi venne allora a intervistare la TV dove aveva lavorato Mauro Rostagno prima di essere ucciso. L’intervista ebbe degli altissimi ascolti, fu replicata, fui segnalato al Maurizio Costanzo Show, che mi rese subito famoso, per i racconti dei miei viaggi intorno al mondo, ma questo non avrebbe cambiato la mia vita, perché non decisi di fare il comico, ma me ne stetti in trincea. Di fronte a me c’erano ancora i quattro fratelli De Gaetano, ma ora in male acque, tanto che venivano derisi dalla gente di Calatafimi, allontanati dai politici locali, non ricevevano più contributi statali per la realizzazione di progetti fasulli. Ma la loro vita sarebbe stata risparmiata, perché protetti da Don Giovannino Malerba. Era costui un grande elettore dei Mattarella e perciò aveva ricevuto e riceveva una pioggia di contributi statali ed europei coi quali aveva comprato terre, costruito due cinema, una cantina vitinicola, insomma, aveva creato, da nulla, un potentato. Don Giovannino era zio dei quattro De Gaetano, essendo la loro madre una Malerba. Ed era stato Don Giovannino ad aver suggerito la loro candidatura per il lavoro sporco che nel paese qualcuno doveva pur fare, anche se, per le apparenze, li avrebbe tenuti a distanza. D’altro canto il sacerdote Diego Taranto, autorità morale del paese, che ammetteva però che per il bene della Chiesa del lavoro sporco si doveva pur fare, aveva anche lui pensato ai quattro De Gaetano, perché la loro madre era apostata, avendo la signora Malerba abiurato alla fede cattolica per convertirsi ai Testimoni di Geova. Ove i quattro De Gaetano fossero finiti nell'occhio di un ciclone, Don Diego avrebbe potuto fare intendere durante un sermone che di loro stava parlando quando parlava dei castighi di Dio in cui incorrono i figli di quanti si allontanano dal sentiero della vera fede. Ma lì Don Diego si sarebbe fermato, perchè non era compito suo interessarsi ai regolamenti di conti interni alla malavita. E così i quattro De Gaetano non vennero eliminati per la loro inefficienza, ma furono tenuti in uno stato di terrore, tanto che Rosario, l’ex segretario provinciale del Partito Liberale, camminava per strada affiancato dal figlio decenne, temendo che gli sparassero.
Né veniva eliminato il povero Nucciu Pilaturi, che prima aveva avuto la fidanzata soffiata dal reverendo Michelangelo Bruccoleri (quello che io avevo fatto scappare di notte verso l’Ecuador) e poi aveva avuto assegnato il compito di sparare a me che avevo fatto scappare chi lo faceva cornuto (vedi le sfumature degli uomini d’onore!). Né veniva eliminato il geometra Salvatore Lucido, che rimaneva in punta di sedia a preparare progetti fasulli i cui contributi statali o europei sarebbero stati assegnati a gente della malavita.
E, a questo punto, prendendo spunto dal geometra Salvatore Lucido, voglio spiegare perché in Sicilia e nell'Italia del Sud in generale, i soldi che lo Stato italiano e la Comunità Europea prima, e poi l'Unione Europea, avevano fin lì stanziato per progetti destinati allo sviluppo del territorio, sarebbero stati assegnati, quasi interamente, a gente che avrebbe presentato progetti fasulli, mentre quasi tutti i progetti non fasulli sarebbero stati bocciati dalle varie commissioni e, allo scadere dei termini, il denaro non stanziato sarebbe stato restituito all'Unione Europea, da cui era stato erogato, e stiamo parlando di montagne di denaro. Ebbene, la spiegazione di ciò è che nel Mezzogiorno, soprattutto in Sicilia, nulla doveva crescere che non fosse benedetto dalla Chiesa e la Chiesa benediceva solo truffe, poiché non voleva che la Sicilia e il Mezzogiorno si sviluppassero, perché quando non si portano più due candele a San Biagio, Protettore della gola, ma si va dall'otorinolaringoiatra, innegabilmente, la Chiesa perde potere. D'altra parte, se i contributi venivano assegnati a progetti fasulli presentati da elementi della malavita, la Chiesa avrebbe potuto poi contare sui loro servizi, qualunque tipo di crimine avesse avuto a richiedere. Per questo la Sicilia e il Mezzogiorno d'Italia sono oggi l'area più povera e fuorilegge dell'Unione Europea. E per questo un giorno la Contestazione lascerà della Città del Vaticano rovine fumanti.
E così, tornando a questo secondo attentato alla mia vita, e per concludere, i De Gaetano e gli altri sopra menzionati sarebbero stati traumatizzati a vedermi a Calatafimi in carne e ossa e scornati a vedermi in TV... E sospiri di rassegnazione avrebbero tirato i gesuiti e i loro discepoli Mattarella e Orlando, che avrebbero rimandato ad altra occasione il momento d'introdurre il sistema del pizzo a Calatafimi, cui si era opposto mio padre prima e cui mi opponevo ora io... I carabinieri, che non avevano saputo nulla di nulla, né avevano visto alcunché di strano, cadevano dalle nuvole.

Ed eravamo ora alla terza volta che volevano ammazzarmi. Settembre 2004. Avevo compiuto da due settimane 65 anni. Cos’era cambiato a Calatafimi nei sedici anni intercorsi tra la seconda volta che avrebbero voluto eliminarmi e ora? Bisognava che ci riflettessi, per capire chi si sarebbe mosso, fermo restando che sarebbe stata la Caramafia: carabinieri che avrebbero dato copertura a criminali organizzati. Organizzati da chi? E come?... Il sacerdote Diego Taranto era sempre lì, ultra ottantenne si prodigava ancora a fare eleggere sindaci che girava al Vaticano: certamente sapeva, ma non interferiva, aspettava l’evento. Don Giovannino Malerba era pure lì, ultranovantenne continuava a scroccare contributi italiani e europei per la sua famiglia e per i suoi protetti. Certamente, non solo sapeva, ma agiva pure da referente locale della Caramafia. E che ne era dei suoi nipoti, i quattro fratelli De Gaetano? Essi, come ho già detto, non essendo riusciti a uccidermi nel 1988, ma avendo sollevato un vespaio politico, erano stati confinati in una sorta di isolamento sociale, tranne il più giovane dei fratelli, Gianfranco, che era stato assegnato alla scuola italiana di Istanbul, come insegnante di matematica. La domanda che mi ponevo era se fosse possibile che uno con il suo curriculum potesse essere assegnato a un'attività internazionale, se non per svolgere un qualche lavoro particolare... Poi, dopo alcuni anni a Istanbul, Gianfranco De Gaetano era stato trasferito in Eritrea, ad Asmara, con lo stesso incarico di insegnante di matematica, e poi, dopo pochi anni ancora, era tornato a Calatafimi, dove aveva subito ottenuto un sussidio statale per la realizzazione di un progetto del genere "agriturismo" e così su un suo terreno aveva realizzato una struttura turistica che aveva denominato "Villa del Bosco". Quando si nasce fortunati! Avrebbe avuto anche la sorte che, oltre al sussidio statale, venisse rifatta la strada che da Calatafimi portava a Villa del Bosco e fosse impiantata per la prima volta la palificazione elettrica in quella zona rurale! E tutto era stato così ben fatto che non si poteva credere di essere in Sicilia. Come quando si viaggia nel caotico sistema ferroviario di Roma e si arriva alla Stazione San Pietro, in territorio vaticano, e sembra di essere in Svizzera. E così, Villa del Bosco, dove si vedeva un turista ogni morte di papa, era una facciata e quasi certamente Gianfranco De Gaetano operava in un ramo dei servizi segreti.
Mi veniva in mente inoltre Salvatore Giurintano, detto Orso. Che costui facesse parte della malavita locale non c’erano dubbi: aveva ricevuto un contributo statale per la coltivazione di origano (!), col quale contributo s’era costruito in cima a una collina un palazzotto in pietra viva. Orso ci aveva messo di mezzo i suoi bambini per riagganciarmi al chiosco della villa comunale, dove si passavano le serate di quell’estate 2004, e tanto aveva fatto che c’era riuscito. Ora, questa è una tecnica mafiosa, stabilire rapporti di amicizia con una persona che si vuole eliminare, cosicché si è facilitati nel compiere l’omicidio e si allontanano i sospetti da chi l’ha compiuto. Queste cose io le sapevo da 1600 anni, da quando, vandalo proveniente da Djerba, avevo distrutto Segesta, nel cui territorio vivo a tutt'oggi... Orso m'era venuto in mente perché negli ultimi tempi, ogni volta che venendo dalla campagna in paese avevo attraversato la via Alcide De Gasperi, l'avevo visto, vuoi perché stava uscendo dalla sua pizzeria per entrare nella porta di casa, vuoi perché stava a prendere il sole appoggiato a una ringhiera e avevo visto che sempre scrutava verso la mia macchina, e se non lui, allora immancabilmente avevo visto suo fratello Rocco fare la stessa cosa. Già 16 anni prima i De Gaetano e la loro squadra erano stati attrezzati elettronicamente per seguire gli spostamenti della mia macchina, figurarsi ora, con i passi da gigante che aveva fatto la tecnologia.
E finalmente mi sarebbe venuto in mente che di recente, mentre mi recavo da mia madre, che ha casa adiacente al municipio, avevo incrociato Alberto Provenzano alla guida della sua macchina, che al vedermi aveva fatto una smorfia di furore vendicativo. Costui era stato segretario comunale di Calatafimi e, riferendomi a lui, senza citare il suo nome, ne "Il Bambino Gesù mi vuole terrone" avevo scritto: "Durante la presidenza del socialista Pertini e l’amministrazione del socialista Craxi, ci fu impegno politico a modernizzare l’Italia. Furono assegnate allora somme di denaro ai comuni perché rendessero telematici i loro servizi. Nei comuni a controllo vaticano, come purtroppo il mio, furono comprati scientemente computer obsoleti, e i responsabili di ciò, come premio, furono poi sollevati da cariche comunali a cariche provinciali!". Aggiungo ora che i computer obsoleti furono comprati scientemente da Alberto Provenzano a Castellammare del Golfo, il paese di Sergio Mattarella, nell’agenzia della Olivetti di Carlo De Benedetti, un sionista che dalla Santa Sede ha avuto sempre assegnati i lavori più sporchi. Questo Alberto Provenzano, che aveva comprato i computer obsoleti, era stato promosso dopo da segretario comunale di Calatafimi a segretario della provincia di Trapani, ovviamente da Sergio Mattarella, che in quella provincia faceva il bello e il cattivo tempo... E dunque Alberto Provenzano aveva fatto quella smorfia vendicativa perché sapeva dell'attentato che si stava preparando contro la mia vita.
E allora mi alzai dall’amaca e andai alla mia macchina. Raggiunsi il paese che faceva già sera e andai a cercare Orso nel quartiere Acquanova, dove a quell’ora se la soleva fare e avendolo rintracciato gli dissi "Ti devo dare una brutta notizia". Al che a Orso venne un vero attacco cardiaco, perché pensò che fosse successa una disgrazia a qualcuno dei suoi figli o a sua moglie. Gli diedi tempo di soffrire. Poi aggiunsi "La brutta notizia è che so che mi si vuole uccidere. Fallo sapere ad Alberto Provenzano"- e lo lasciai lì paralizzato.

Martedì 14 settembre passai la giornata in campagna, a preparare una bandiera con la scritta "Melchiorre Gerbino partecipa la sua conversione all’Islam". La bandiera era quella nazionale del Kenya. A portata di mano non ne avevo una musulmana con la trascrizione in arabo, ma quella bandiera mi ricordava comunque la mia conversione all'Islam, che era avvenuta in Kenya. Per caso aveva la taglia perfetta per addobbare un balcone della casa di mia madre, che era in linea con un balcone del municipio.
Il giorno dopo esposi la bandiera. Mia madre viveva da sola ed era l'unica persona che avrebbe potuto obiettare che io lo facessi dal suo balcone, e difatti era preoccupata per la reazione che avrebbe potuto avere il prete Diego Taranto. Ma costui rimase traumatizzato alla vista della bandiera e avrebbe vagato senza meta per le strade di Calatafimi per giorni, trascinandosi sempre più pesantemente, finché sarebbe caduto a terra morto.
Per raggiungere il cimitero, la bara di Diego Taranto doveva inevitabilmente passare sotto la mia bandiera e le autorità, per evitare di farlo, non parteciparono al funerale. Altrimenti alle esequie ci sarebbero stati i vescovi di Trapani e Mazara del Vallo con uno sciame di religiosi e un gruppo di deputati e senatori della Democrazia Cristiana capitanati da Sergio Mattarella. Nessuno di costoro avrebbe voluto seguito la bara, ognuno avrebbe addotto una scusa. Requisirono gli scolari delle scuole elementari e li fecero sfilare nel corteo funebre. Uscì così di scena un malfattore cinico e ostinato. Uno che non ebbe mai titubanze a promuovere un giovane alla carriera di magistrato per poi metterlo in combutta con servizi segreti deviati e mafiosi; né ebbe titubanze acché si sostituissero nottetempo le schede elettorali nella sezione Chiesa Nuova per fare così rieleggere Nicola Cristaldi sindaco di Calatafimi; né ebbe titubanze a essere acquiescente acché Melchiorre Gerbino venisse assassinato, dato che tutto questo veniva fatto per il bene della Chiesa.

Tornando ora all’ordine cronologico degli eventi, nei giorni 16,17,18 settembre, avevo avvertito che tutto si svolgeva normalmente a Calatafimi e così nella mia terra, dove posso percepire se tutto è normale dal canto degli uccelli, perché qualcosa cambia nel loro canto generale se qualcuno vi si sposta. In quei giorni mi sarei dedicato intensamente ai lavori di restauro della casa.

Domenica 19 settembre, un poco prima delle sette del mattino arrivavo al Bar Grazia in contrada Sasi, per vedere alla tv il gran premio del Giappone di moto GP. Io non voglio televisore a casa, per non oziare a guardar tv, ma i gran premi di moto GP li guardo, perché mi piace vedere cosa riesce a scombussolare Valentino Rossi con una moto. Saranno state dunque le sette e mezzo del mattino di quella domenica 19 settembre, quando al Bar Grazia arrivava Maurizio Saccaro, vestito con una elegantissima tuta di pompiere del Corpo forestale, e veniva verso di me con un bel sorriso - "Lo vuoi un caffé?" - mi chiedeva. Gli rispondevo: "Sì grazie" - E allora egli si dirigeva verso la macchina del caffè, che si trovava in una stanza attigua, ma intanto con pollice e indice andava cercando qualcosa in una tasca della tuta, quella sul cuore.
Se non fossi stato avvertito che mi si voleva avvelenare, non avrei avuto sospetti, e poi di Maurizio Saccaro! Eravamo amici. Gli avevo pure prestato 400.000 lire e 25 cantoni di tufo, e non gli avevo mai fatto premura per averli restituiti. E però mi alzai e lo seguii. Dissi al barman- "Il mio caffè un po' lungo, per piacere" - e presa la tazza tornai alla tv, seguito da Maurizio Saccaro che reggeva la sua tazza. Ci sedemmo assieme. Allora entrarono nel bar due marescialli dei carabinieri, in borghese, il maresciallo Maiorana e un altro di cui non conoscevo il nome, e con loro entrò il geometra Salvatore Lucido, quello che preparava i progetti fasulli per i contributi italiani e europei (poiché a Calatafimi ha degli omonimi, do il numero di telefono del suo studio: 0924951358). I tre sostarono a guardare nella mia direzione.
Ma siccome continuavo a sorseggiare il caffè, i tre capirono che il Saccaro non era riuscito ad avvelenarmi, e se ne andarono. Dopo un poco se ne andò pure il Saccaro. Devo dire che la faccia del maresciallo Maiorana era stata tesa e dispiaciuta, quella dell’altro maresciallo professionale, quella del geometra Lucido con una sfumatura di sorriso sardonico, perché s'aspettava di vedermi rotolare a terra in convulsioni. Mi chiedo cosa sarebbe successo se fossi stato avvelenato. Certamente i due marescialli, che si erano trovati lì per caso, avrebbero dichiarato che ero stato colto da improvviso malore, ma già qualcuno mi avrebbe portato al più vicino ospedale, quello di Alcamo, dove un medico amico degli amici avrebbe stilato un certificato di morte per infarto. Nella stessa giornata, qualche mio conoscente avrebbe esibito un testamento in cui dichiaravo che in caso di morte avrei voluto essere cremato (per contestare il Vaticano!). Non avrebbero potuto farmi un funerale in chiesa, perché mi ero convertito all’Islam, ma in municipio si sarebbe tenuta l’orazione funebre e il sindaco Nicola Cristaldi avrebbe detto - "... Sì, c'è stato qualche disaccordo tra questa amministrazione comunale e Melchiorre Gerbino. Ma non è forse normale che in democrazia ci possano essere disaccordi?... Melchiorre Gerbino è stato un cittadino illustre di questo paese. MELCHIORRE GERBINO É UN CITTADINO ILLUSTRE, PERCHÉ EGLI VIVE! (applausi prolungati)... Perciò i consiglieri comunali, all’unanimità, hanno decretato che le esequie siano a carico della comunità" - e il forno crematorio sarebbe già stato incandescente.
Insomma, avevano programmato di farmi finire come l'editore Gianfranco Monti, avvelenato e incenerito, e per la stessa ragione, cioè mettere a tacere ogni argomentazione sulla politica vaticana per come era stata sollevata da "Il Bambino Gesù mi vuole terrone".


Dal 20 al 22 settembre lavoravo al restauro della mia casa. In quei giorni andavo spesso a Calatafimi per acquistare materiali. Ogni volta che passavo davanti la caserma dei carabinieri, che era sulla mia strada, vi notavo parcheggiate tre o quattro auto con targhe civili, che non s'erano mai viste prima. Inoltre in paese notavo di essere pedinato da persone del giro dei fratelli De Gaetano, uno essendo Giuseppe Scandariato, detto Pippineddu, che lavorava a Villa del Bosco; un altro Gaetano Pampalone, detto Scarafaggio, cugino dei De Gaetano, e pure tra quelli che mi pedinavano c'era il bibliotecario comunale Giovanni Bruccoleri, fratello di quel prete truffaldino, Michelangelo Bruccoleri, che io avevo fatto scappare da Calatafimi. Tutti costoro nel pedinarmi tenevano una mano in una tasca della giacca, come a manipolarci qualcosa.
Mi chiedevo inoltre chi fosse veramente Nathan, l'unico turista a Villa del Bosco, con il quale mi ero intrattenuto un po' di tempo le sere in un chiosco nel giardino pubblico di Calatafimi. Era venuto due volte nella mia terra, dove, rapito dalla natura, si era perso per un bel po' di tempo. Mi aveva detto di essere uno studioso americano, che stava facendo ricerche storiche a Calatafimi e a Modica. Non gli avevo chiesto se era ebreo, perché lo potevo capire da solo, ma stranamente lui non me l'aveva detto, quando di solito gli ebrei lo fanno.
Riflettevo inoltre su come Camillo Rizzo era tornato a Calatafimi, dopo un mese di assenza, alla guida di una potente vettura nuova, mentre prima lo si era visto con una vecchia utilitaria sgangherata. Costui era responsabile del sito web del comune di Calatafimi, stretto collaboratore del sindaco Nicola Cristaldi. Riflettevo su costui perché avevo avuto il sospetto che aveva tentato di colpirmi con una scarica Taser con un'arma camuffata da accendino.
Mi ero reso conto pure di come l'avvocato Gaspare Denaro fosse coinvolto in quello che stava succedendo. Questo perché avevo momentaneamente scambiato la mia macchina con una di uno dei miei fratelli, che aveva un bagagliaio più ampio, per andare ad Alcamo a comprare dei materiali per il restauro della casa. Siccome controllavano elettronicamente la mia macchina, quando si accorsero che un'altra persona ne era al volante, considerarono che con uno stratagemma avrei potuto scappare da Calatafimi. Così, al mio ritorno da Alcamo, notai come le strade che connettevano il paese col territorio circostante, agli svincoli fossero presidiate da mafiosi alle loro macchine. Feci apposta un giro del paese per rendermene conto, e mi resi allora conto che anche l'avvocato Gaspare Denaro era stato mobilitato. Era costui uno che aveva ricevuto un contributo statale per la creazione di una cooperativa vitivinicola, ma questa cooperativa, che durava già da quarant'anni, non aveva ancora prodotto una sola bottiglia di vino! Chi sa cosa sia avvenuto nei locali di questa cooperativa, ma certamente una catena di delitti.
Infine mi ero reso conto di come la Caramafia, avendo considerato che quella volta che andai ad Alcamo con una macchina che non era la mia avrei potuto evadere, aveva stretto il controllo intorno a me, mobilitando all'uopo gli allevatori di bestiame, le cui terre erano ai crocevia del territorio di Calatafimi.

La mattina del 23, Maurizio Saccaro, quello che aveva già tentato di avvelenarmi, mi raggiunse mentre entravo al Bar Mazara e con grande calore mi disse: "Beviamo un caffè!"
Allora mi resi conto di come frate Bernardo Critti, al quale avevo chiesto di fermare il corso degli eventi, aveva fallito.
Rivoltomi al Saccaro, ad alta voce dissi : "Non voglio un caffè da te e non voglio che tu venga nella mia terra per nessun motivo!" - al che il Saccaro rimase chiaramente imbarazzato.
Da quel momento avrei giocato a carte scoperte. Dal telefono di mia madre, che ovviamente era monitorato dai servizi segreti, chiamai Marco Philopat Galliani, assieme al quale dovevo pubblicare un libro su Mondo Beat e sulla mia vita, e gli dissi che stavano tentando di uccidermi a Calatafimi. Chiesi a Galliani di stampare 100 copie di un manifesto murale col quale spiegavo alla gente di Calatafimi la ragione della mia conversione all'Islam e chiedevo alle persone di seguire il mio esempio. Galliani era sconvolto. Mi disse che presto il regista Francesco Galli sarebbe venuto a trovarmi a Calatafimi, per un'intervista televisiva.
Per allarmare ancora di più i servizi segreti, chiamai l'Hermes Hotel di Mombasa, dove avevo vissuto un mese al tempo della mia conversione all'Islam, e dissi a Matano, il recezionista dell'hotel, di riferire al capo che avrei mantenuto l'impegno e che si tenessero pronti (Matano avrebbe riferito al padrone dell'hotel che aveva telefonato Mel e aveva confermato la sua venuta a Mombasa e l'intenzione di affittare una stanza per un mese, a pagamento anticipato per avere uno sconto). Non sapevo invece quello che avrebbero capito le teste di uovo che ascoltavano le mie telefonate, ma speravo che facessero indagini sull'Hermes Hotel di Mombasa, per vedere che non fosse una cellula di terroristi islamici che avrebbero messo le bombe nelle chiese a Natale, ove io fossi stato ucciso.
Dopo queste due telefonate cominciai a muovermi in scioltezza. Andai con la mia macchina ad Alcamo, a prendere soldi da una signora cui avevo venduto dei miei quadri, e poi andai a Vita, a comprare materiale per il restauro della casa.

Nei giorni seguenti aumentarono gli agenti in borghese che circolavano per Calatafimi fingendosi turisti; arrivava pure un’altra macchina di carabinieri con quattro a bordo. Scarafaggio e gli altri che da qualche tempo mi avevano pedinato continuavano a farlo, ma avvertivo che era passata l’urgenza di uccidermi, perché dovevano mettere a punto un’altra strategia, dato che io ora giocavo a carte scoperte. Come tutte le cose statali in Italia, anche gli omicidi di stato sono macchinosi, e perciò avrei avuto tempo di dedicarmi ai restauri della casa. Mentre li eseguivo riflettevo molto.

Il 25 settembre mi arrivava da Roma una telefonata da Anna Maria Ballarati. Era la seconda volta che questa signora mi telefonava. La prima volta era stata agli inizi di settembre, quando io ancora non sapevo che mi volevano avvelenare. Con quella prima telefonata la signora Ballarati m’aveva chiesto se io programmavo di recarmi presto a Roma, perché stava organizzando degli eventi cui le sarebbe piaciuto che io presenziassi. Ricevevo molti inviti di gente che voleva il volto noto, e siccome nell'ultimo periodo in cui ero stato a Roma avevo bevuto un pò troppo e avevo dato il numero del mio telefono cellulare a tutti quelli che me l'avevano chiesto, ricevevo talvolta telefonate di persone di cui non mi ricordavo più e, per essere cortese, fingevo di ricordarmene. Anna Maria Ballarati era una di costoro. Durante la prima telefonata m’aveva chiesto "Ma tu, ti ricordi chi sono?", e io, per essere cortese, avevo risposto "Ma certo che mi ricordo! Non appena arrivo a Roma ti chiamo". Ora mi arrivava un’altra telefonata di Anna Maria Ballarati, la quale a un tratto mi diceva "Vieni presto! Che ti vuole anche l’Anita, che sta organizzando degli eventi interessanti". Allora mi ricordai che la Ballarati era un’amica di Anita Garibaldi! - Le dissi "In quest’istante ti devo lasciare, ti chiamo più tardi" - e andai a buttarmi in una poltrona.
E così la regia del mio omicidio era curata da Turiddu, così io stesso avevo soprannominato il professore Salvatore Spinello, e questo nomignolo, che a lui era piaciuto, perché ricordava quello di Salvatore Giuliano, gli era rimasto.
E dunque, dopo la pubblicazione del mio saggio "Il Bambino Gesù mi vuole terrone", avendo ricevuto l'ordine di eliminarmi, Salvatore Spinello aveva pensato di farlo a Roma, e Anna Maria Ballarati mi aveva invitato ad andarci. Ma siccome io ero assorbito dai lavori di restauro della mia casa, Salvatore Spinello aveva deciso di farmi eliminare a Calatafimi e Anita Garibaldi c'era venuta, in occasione della ricorrenza della Battaglia, per concordare i termini del mio omicidio col sindaco Nicola Cristaldi (ed ecco perché s’era mostrata fredda con me, sbagliando come al solito, perché l’assassino deve mostrarsi caloroso con la vittima predestinata). E finalmente, avendo io capito che a Calatafimi mi volevano ammazzare, ecco che Salvatore Spinello mi faceva chiamare ancora da Anna Maria Ballarati, perché io andassi a farmi ammazzare a Roma.
Decisi di giocare a carte scoperte anche con Salvatore Spinello e inviai al cellulare della Ballarati questo messaggio "Salutami Turiddu".
Due ore dopo mi arrivava un messaggio dalla Ballarati "Chi è Turiddu? Io non conosco nessun Turiddu. Io conosco Anita Garibaldi, Caterina Caselli... Vedi che ti sbagli!".
E così il misterioso Salvatore Spinello altri non era se non il Luca Brasi del papa Karol Vojtyla, da cui prendeva ordini tramite il cardinale Silvio Oddi, e faceva l'assassino per narcisismo, perché non lo pagavano, tanto che era sempre senza un soldo, al punto da doversi nascondere dietro la porta della Serenissima Gran Loggia Mistica degli A.L.A.M. per non incontrare a uno cui saldare il conto perché gli aveva sbattuto la macchina con la sua, che era pure senza assicurazione... E quando questo vecchio narciso demente sarebbe finito nell'occhio del ciclone di qualche inchiesta giudiziaria, e ci finiva spesso, allora il Vaticano ne avrebbe approfittato per gridare "Al massone!" e generare confusione nell'opinione pubblica, cosicché si credesse che le malefatte originassero dalla Confessione massonica di Palazzo Giustiniani (quelli che pestano l'anello) che era la sola riconosciuta da Londra.
Hai capito, il Vaticano?!
E che raffinata vendetta del Vaticano se nell'occhio del ciclone fosse finita anche Anita Garibaldi, che col suo nome e cognome in un colpo solo avrebbe disonorato l'Eroina di Porto Alegre e l'Eroe che conseguì l'Unità d'Italia confiscando i beni della Chiesa!
Dopo questo scambio di messaggi tra me e la Ballarati ci sarebbero state due settimane di stallo, durante le quali Salvatore Spinello si sarebbe adoperato a mettere a punto una nuova strategia per eliminarmi, mentre io avrei avuto tempo di terminare i restauri della mia casa.

Il giorno 8 ottobre, verso le 11 del mattino, mentre attraversavo in macchina il paese per andare da mia madre, erano tanti gli agenti in borghese che andavo scorgendo, che ebbi sentore che qualcosa di fatale mi poteva succedere da un momento all’altro.
Appena parcheggiata la macchina in Piazza Plebiscito, mi correva incontro Maurizio Saccaro, quello che per due volte aveva tentato di avvelenarmi, e con aria offesa mi diceva "Ma scusa, perché l'altro giorno ti sei arrabbiato con me?! "
Senza rispondergli, risalivo in macchina e ripartivo verso la mia campagna. Da lì chiamavo la mia amica milanese Pinuccia Bartolini e le dicevo "Prendi carta e penna e scrivi: A Calatafimi stanno uccidendo Melchiorre Gerbino. L’operazione è condotta da Salvatore Spinello, che dirige agenti dei servizi segreti che danno copertura a criminali locali" - e le chiesi di mandare email o fax ai maggiori quotidiani.
La mia amica era spaventata e confusa. Ma io in realtà non m’aspettavo aiuto da lei, ma parlavo per essere udito da quelli che monitoravano il mio telefono. E allo scopo giocai una carta che tenevo nella manica. Dissi a Pinuccia Bartolini - "Quello che ti sto per dire non trascriverlo, è detto perché lo ascoltino quelli che tengono il mio telefono sotto controllo. Tu sai qualcosa dei turchi?! " - e la mia amica, poveretta, confusa "Ma quali turchi?. E io "Quei turchi che giocano in quattro tavoli, con gli Stati Uniti, con l’Unione Europea, con Israele, con l’Arabia Saudita. Tu ti confideresti coi Turchi?" - e la mia amica "Mel, ma sei ubriaco? ".- E io "No, non sono ubriaco. Gianfranco De Gaetano fa confidenze ai Turchi. Ci sono le tracce nel Web. Si fece incastrare dai Turchi quando era assegnato a Istanbul. Gianfranco De Gaetano è una carta del mazzo con cui stiamo giocando e io la giro ora a Salvatore Spinello" - e Turiddu andò in tilt. E difatti non poteva procedere col mio omicidio senza avere prima verificato quali fossero i rapporti di Gianfranco De Gaetano coi Turchi.
Quella carta giocai per uscire da una situazione che m’era parsa disperata e guadagnare tempo fino al giorno 16, quando sarebbe arrivato Francesco Galli a intervistarmi.
Fu una carta vincente. Gli agenti in borghese si dileguarono. Pure la macchina extra con i quattro carabinieri scomparve. I piccoli delinquenti che mi pedinavano avevano facce solenni.
Su Calatafimi calò quel giorno un gran silenzio. La gente continuò a fingere di non avere notato nulla di strano. E non per omertà, ma per terrore, che mai, nella storia della Sicilia, dittatura é stata più funesta e vergognosa di quella che il Vaticano sta imponendo ai giorni nostri.

Lei, onorevole Antonio D’Alì, sottosegretario agli Interni, che vivendo a Trapani è a un tiro di cerbottana da me, di tutti questi agenti segreti assegnati a Calatafimi non ha saputo nulla? É gravissimo se lei ne é rimasto all'oscuro! Ed è ancor più grave se ha saputo.

Il 9 e 10 ottobre mi dedicai a lavori di campagna. Nei momenti di riposo inviai vari messaggi, citando nomi e fatti, nell’intento di lasciarne memoria ove fossi stato ucciso.
Il più vigliacco di quelli che ricevettero un messaggio, uno che per ironia della sua sorte si chiamava Libero, mi rispose "Come ti permetti?".
Ad Anna Maria Ballarati inviai questo messaggio "Allontanati dalla coppia di assassini! Pentiti! Convertiti all’Islam".
Un’ora dopo la Ballarati mi rimandava lo stesso testo con l’aggiunta "Vedi che ti sbagli di persona!".

Nel primo pomeriggio dell'11 ottobre, mentre mi rilassavo in un'amaca sotto un ulivo, arrivava Nathan, quel turista americano che alloggiava a Villa del Bosco. Insieme a lui c'era un'altro. Dissi loro che non potevo riceverli perché ero occupato. Nathan avrebbe insistito a volermi presentare il suo amico americano, ma io avrei ribadito che non potevo riceverli. Quindi se ne sarebbero andati. Allora ho considerato che sembravano entrambi ebrei, ma non ebrei americani come pretendevano di essere. Soprattutto l'amico di Nathan non sembrava per niente americano. Così ho capito che erano israeliani. E ho capito come il sionista Carlo De Benedetti, che faceva i lavori più sporchi per il Vaticano (ho già accennato alla vendita di computer obsoleti per ritardare lo sviluppo nel Sud Italia) aveva chiamato questi ragazzi da Israele perché portassero sofisticate apparecchiature di monitoraggio. E difatti quelli che mi pedinavano a Calatafimi avevano qualcosa in una tasca della giacca che manipolavano. Se questa sofisticata attrezzatura fosse stata poi adottata dalla criminalità organizzata nel Mezzogiorno, che era tutta sotto il controllo del Vaticano, Carlo De Benedetti e il Mossad avrebbero fatto dei buoni affari.

Dall’11 al 14 ottobre mi dedicai a lavori di campagna. A Calatafimi, dove mi recavo una o due volte al giorno, ero sempre pedinato da quelli con una mano in tasca alla giacca, ma potevo avvertire che la pressione su di me si era allentata, perché Salvatore Spinello stava indagando su Gianfranco De Gaetano e i suoi legami coi Turchi e perché sapeva che a Calatafimi stava arrivando qualcuno a intervistarmi.
Intanto Marco Philopat Galliani mi aveva comunicato che gli era stato chiesto un abboccamento da Gianni De Martino, colui che in Marocco aveva cercato di farmi assassinare. Dissi a Galliani di buttarlo fuori dalla casa editrice Shake, a calci nel sedere, e Galliani mi aveva assicurato che lo avrebbe fatto.

Il 15 ottobre arrivavano da me Francesco Galli e Tamara Vignati, per una intervista televisiva. Mi avrebbero ripreso in casa, nella campagna, a Calatafimi. Dormirono una notte da me e il giorno dopo partirono per Napoli, dove stavano girando un film. Ovviamente io non partii assieme a loro, perché sarei stato intercettato e sarei poi sparito in un bagno d'acido. E no! Se dovevo morire, doveva essere a Calatafimi, in mezzo all'arena, alla presenza di seimila spettatori.

Tra il 17 e il 20 ottobre veniva predisposto intorno a me un accerchiamento di Caramafia.
Da una telefonata di Marco Philopat Galliani, che aveva incontrato Gianni De Martino, mi resi conto che s’era tirato i remi in barca, perché aveva avuto paura a causa delle minacce che gli erano state fatte. Troncai il rapporto con Galliani senza mezzi termini, per non esporre il fianco alla falsa amicizia di un vigliacco.

La mattina del 21 ottobre, mentre mi trovavo a Calatafimi, sentii intorno a me una stretta tale che decisi di non tornare in campagna, per non correre il rischio, strada facendo, di essere kidnappato o avvelenato a forza.
Nel tardo pomeriggio di quel giorno, seduto sull’orlo della fontana dell’Acquanova, c’era Gianfranco De Gaetano. Sembrava stanco, forse a causa degli interrogatori sui turchi a cui era stato sottoposto. Accanto a lui sedeva il mio falegname, Mariano Maimone. Costui era stato presidente del consiglio comunale di Calatafimi durante un paio di anni, ma di recente era stato sostituito da un altro consigliere ed era perciò un po' depresso. Appena i due mi videro, se ne andarono a parlottare altrove. Mariano Maimone non era un mio amico, ma si poteva dire che era politicamente vicino a me in qualche modo, perché si professava socialista. Di recente era stato a casa mia per restaurare un mobile... Possibile che Gianfranco De Gaetano stesse consegnando a Mariano Maimone quel testamento in cui io dichiaravo di volere essere incenerito in caso morte?
Quella notte ho dormito nella mia macchina, parcheggiata nel cuore del paese, Piazza Plebiscito, dove ero nato.

La mattina del 22 ottobre prendevo una doccia a casa di mia madre. Poi avrei fatto vita di paese e andando a zonzo mi sarei accorto di come i bar sulle strade di uscita del paese fossero presidiati dai Gennaro, Pedone, Gerardi, tutti allevatori di bestiame. Immaginai che se fossi uscito in macchina dal paese, sarei stato affiancato e prelevato a forza. Non toccai la macchina durante tutta la giornata e la notte dormii su una coperta, nel sottoscala della casa di mia madre, a sua insaputa.

All'alba del 23 ottobre inviavo al cellulare del sindaco Nicola Cristaldi, che da un paio di settimane attendeva a Roma che mi ammazzassero a Calatafimi, questo messaggio: "Apprendo da Gianfranco De Gaetano del nuovo incarico al mio falegname Mariano Maimone. Congratulazioni! Melchiorre Gerbino". Ciò, per fargli intendere che avevo capito del testamento falso. Ne inviavo pure copia a Camillo Rizzo, quello dell'accendino Taser, sul cui cellulare solevo scaricare copia dei messaggi di cui volevo che venisse a conoscenza Salvatore Spinello.
Nella mattinata, andando a zonzo per le vie del paese, notavo che la situazione era la stessa del giorno precedente, gli allevatori di bestiame aspettando che io uscissi in macchina dal paese per prelevarmi di forza.
Verso le 11,30 mi mettevo in macchina e mi avviavo come per andare in campagna, ma subito all'uscita del paese mi parcheggiavo. Di fronte c'era la caserma dei carabinieri. Suonavo. Mi si apriva il cancello. Mi avviavo verso l'edificio, entravo, mi sedevo nella saletta d'attesa. Ero solo.
Arriva presto un militare - "Buon giorno, signor Gerbino".
"Buon giorno. Vorrei presentare una denuncia".
"Attenda un attimo".
Tra me e i carabinieri c'era stato lungo tutto l'arco di questo affare un rapporto silenzioso di cortesia: loro avevano mostrato delle facce turbate per un lavoro che non avevano pensato che sarebbero stati costretti a fare; io avevo espresso sentimenti di malinconia per il karma di terrone in cui ognuno di noi era costretto.
Il brigadiere Tiziano Maggitti sarebbe prontamente arrivato e si sarebbe rivolto a me con cordiale professionalità - "Di che si tratta, Signor Gerbino?"
Dissi che volevo sporgere una denuncia, perché sospettavo che l'editore Gianfranco Monti era morto avvelenato qualche mese prima a Milano e perché ero certo di come la mia vita fosse a rischio a Calatafimi, essendo io pedinato da gente collusa con i De Gaetano, di cui facevo i nomi perché fossero messi a verbale. Aggiungevo che avevo il sospetto che i due turisti che albergavano a Villa del Bosco fossero agenti israeliani coinvolti anch'essi in quello che sembrava essere un piano per uccidermi.
Il brigadiere Maggitti recepiva tutto quello che io dichiaravo con grande professionalità, senza fare commenti di sorta, solo si sforzava di stendere il verbale in un bell'italiano, e io collaboravo allo scopo (ricordiamoci, in qualsiasi circostanza, che "l'Italia è la culla del diritto" dal tempo dei romani!).
Infine, chiedevo e ottenevo copia del verbale della mia denuncia e, dopo una cordiale stretta di mano al brigadiere, tornavo alla mia macchina e in paese.
Dopo la mia denuncia, con una tempestività da tecnologia satellitare, sarebbero scomparsi quelli che mi pedinavano con una mano in tasca, ma l'accerchiamento intorno a me sarebbe stato rafforzato di un Pedone e di un Gerardi, non avendo io denunciati gli allevatori di bestiame.
A questo punto decisi di fare uscire Turiddu dal guscio, colpendolo nel suo narcisismo, nella speranza che, infuriato, commettesse errori.
Mandai dunque alla Ballarati questo messaggio "Ti prego comunicare al professor Spinello: Vecchio assassino fallito, tale è la tua meschinità, che non riesci a trovare la forza di suicidarti! ". Copia del messaggio mandavo a un avvocato massone (vero), perché se ne parlasse in giro e copia mandavo a Camillo Rizzo, per fare infuriare ancor di più Turiddu.
Anche quella notte dormii nel sottoscala della casa di mia madre.

La mattina di domenica 24 ottobre, quando sono uscito dalla casa di mia madre e sono andato in giro per il paese, ho notato che gli allevatori stavano ancora presidiando tutti i bar, aspettando che io mi recassi nella mia campagna. Ma io avevo deciso di trascorrere la giornata a Calatafimi.
Nel pomeriggio, due nuovi turisti, che alloggiavano a Villa del Bosco e sembravano israeliani, facevano un giro per le strade di Calatafimi, mentre Nathan e l'altro che era venuto in sua compagnia alla mia campagna, erano spariti da Calatafimi a seguito della mia denuncia.
La sera di quella domenica l'illuminazione stradale a Calatafimi era abbagliante e tutta la gente era per le strade del centro. Per rilassarmi, andai a vedere una partita di calcio nei locali di Spillo. Quando di tanto in tanto sarei uscito da quei locali, mi sarei ritrovato tra gli allevatori di bestiame, che fingevano di oziare, alcuni seduti in sedili pubblici, altri nei bar, ma tutti loro sarebbero spariti alle 22, alla fine della partita di calcio, mentre molta gente rimaneva ancora per le strade.
Accanto all'edificio della Posta c'era un venditore di castagne e un'atmosfera allegra intorno a lui. Quando sono andato lì ho notato la signora Guida, la moglie di Filippo De Gaetano, che era appoggiata a una macchina al volante della quale sedeva lo stesso De Gaetano. Mi ero avvicinato tanto a loro che avrei potuto sentire come la signora Guida dicesse al marito: "Si sta avvicinando qui" - riferendosi a me. Ma, siccome ero abituato a stare in mezzo a nemici, non me ne sarei preoccupato. Mentre tornavo verso i locali di Spillo, che si trovavano in un vicolo, mi voltai d'istinto nello stesso momento in cui Filippo De Gaetano era entrato nel vicolo al volante della sua macchina e digrignava i denti perché non era arrivato in tempo per spararmi, essendo io ormai nell'entrata dei locali di Spillo. Allora egli avrebbe fatto prontamente marcia indietro con la sua macchina e sarebbe ripartito e io sarei andato subito a vedere per dove. Sarebbe tornato allo stesso posto dove era parcheggiato in precedenza.
Considerai allora che dopo il mio ultimo messaggio Salvatore Spinello aveva perso veramente la testa e aveva ordinato che mi si uccidesse con ogni mezzo e a qualsiasi costo.
Allora mi appoggiai a una ringhiera, a una distanza tale da non potere raggiunto da un colpo di pistola, e cominciai a fare boccacce in direzione di Filippo De Gaetano, per renderlo furioso, perché mi rincorresse tra la gente con la pistola in pugno. Ma il De Gaetano seppe controllarsi. Dopo un po' me ne andai, e anche quella notte mi rifugiai nel sottoscala della casa di mia madre.

La mattina del 25 ottobre 2004 Calatafimi era come una città disabitata. Solo s'intravedevano delle ombre che subito svanivano. Era il giorno in cui Melchiorre Gerbino doveva essere ucciso e la gente era stata avvertita e non restava nelle strade.
A Piazza Plebiscito, non lontana dalla mia Fiat Panda, c’era parcheggiata una macchina imponente, a vetri affumicati, quella dell’allevatore Pedone, che aveva pecore nella contrada Sasi. Il Pedone sedeva sotto la statua di Garibaldi e gli facevano compagnia un certo Michele e il bibliotecario comunale Giovanni Bruccoleri, fratello di quel prete che io avevo fatto scappare di notte verso l'Ecuador, di cui ora egli voleva vendicare l'onore. I tre facevano sembianze di come non stesse succedendo niente di speciale e anch'io ero rilassato e passeggiavo su e giù per la piazza. A un certo punto però, come preso da un pensiero, sono andato verso casa di mia madre, che era vicino alla piazza, ma non visibile dalla statua di Garibaldi, e poi, dopo un paio di minuti, sono tornato alla mia macchina, che ho aperto per cercare qualcosa che però non sarei riuscito a trovare. E allora, lasciando la macchina aperta, sarei tornato indietro a passi veloci e quando fui fuori dalla vista dai tre scesi per un vicolo che partiva da un lato della casa di mia madre. Arrivato in corso Garibaldi, mi misi a camminare flemmaticamente in mezzo alla strada. Tutti i balconi erano chiusi. Nessuno voleva assistere all'uccisione di Melchiorre Gerbino. In Piazza Pietro Nocito, al lato opposto della casa dei De Gaetano c'era un arco da cui partiva una stradina ripida. La discesi e attraversai il quartiere Aciddittu e, arrivato alla tangenziale, bloccai subito un camion, parandomici davanti. Al volante c'era Paolo Donato, un ragazzo che conoscevo per le sue gare di motocross. Paolo mi aprì la portiera e io salii e gli dissi: "Sto male. Ho qualcosa che mi fa male al cuore. Tu dove stai andando?"
"Vado a Trapani -mi disse- Lì ti posso lasciare in un ospedale" (per inciso, a Calatafimi non ci sono ospedali).
"Grazie. -dissi- Permettimi di distendermi nella tua cuccetta, per favore" - e lo feci in tempo per non essere visto da quelli della Caramafia, che sicuramente stavano a guardia del bivio della statale 113, dove stavamo per arrivare.
Arrivammo a Trapani mezz'ora dopo. Paolo avrebbe insistito per portarmi in un ospedale, ma io gli dissi che mi ci sarei recato da solo, perché prima volevo prendere una boccata d'aria di mare, e così scesi dal camion nell’area portuale.
Alle 21,30 salpavo da Trapani col traghetto "Toscana" alla volta della Sardegna.
Alle 8,30 del mattino dopo sbarcavo a Cagliari. Ne riparto in treno alle 10,05 e alle 11,20 arrivavo a Oristano, dove pranzavo.
La proprietaria del ristorante mi riconobbe dalla televisione e mi disse - "Signor Gerbino, lei deve assolutamente tornare a Oristano per il carnevale!"
E io - "Signora, quanto mi piacerebbe! Ma come posso prometterlo, con tutti gli impegni che ho?"
Ripartii in treno da Oristano alle 13,20 e arrivai a Olbia alle 16,30. Da lì avrei subito preso un autobus per Palau e da Palau uno per Santa Teresa di Gallura, dove sarei arrivato alle 21, troppo tardi però per traghettare in Corsica.
Cenai allora al ristorante "Azzurra" e passai la notte nascosto tra cespugli di mortella, per non essere registrato in un albergo.
Alle 7,30 del mattino del 27 ottobre, salpai da Santa Teresa di Gallura con un traghetto della Saremar e un’ora dopo sbarcai a Bonifacio, Francia.
Avevo con me qualche centinaio di euro, la patente di guida automobilistica e, sotto la camicia, la pelle, per grazia di Dio.

*

Ma i miei guai non sarebbero finiti allora.
In sintesi:
- Essendo riuscito a sfuggire alla caccia all'uomo che mi si dava a Calatafimi e avendo raggiunto la Francia, a Parigi, dove sarei rimasto 8 mesi, avrebbero tentato di uccidermi i servizi segreti francesi, col Taser, con cioccolatini avvelenati, programmando di buttarmi giù dalla stanza del quinto piano dell'albergo dove alloggiavo.
- In Svizzera, dove sarei rimasto 9 mesi, avrebbero tentato di uccidermi i servizi segreti svizzeri a Berna, col Taser; poi avrebbero programmato di buttarmi giù dalla finestra dell'appartamento di un amico cui insegnavo latino; inoltre avrebbero tentato due volte di kidnapparmi (extraordinary rendition) i servizi segreti svizzeri coordinati col Mossad e la CIA; infine, a Berna, sarei stato colpito da una scarica Taser da un agente di servizi segreti, presumo svizzeri.
- A Copenhagen avrebbero tentato di uccidermi prima i servizi segreti polacchi, col Taser, poi quelli danesi (idem). A Copenaghen fui colpito in una strada centrale, in una tarda serata, da una scarica Taser, non so se da agenti di servizi segreti polacchi o danesi.
- A Oslo avrebbero tentato di uccidermi i servizi segreti polacchi, col Taser. Nella biblioteca centrale di Oslo fui colpito da una scarica Taser, presumo dai servizi segreti polacchi.
- Nella Gran Canaria, a Las Palmas, avrebbero tentato di uccidermi i servizi segreti spagnoli, col Taser.
- A Volivoli, nell'Isola di Viti Levu, alle Fiji, avrebbero tentato di uccidermi con un bicchiere di vino avvelenato offertomi da una fanciulla del Mossad.
- A Kampala, Kigali e Dar es Salaam avrebbero tentato di uccidermi col Taser agenti rispettivamente ugandesi, rwandesi e tanzaniani, coordinati con la CIA.
- A Dubai, avrebbero tentato di uccidermi prima agenti dei servizi segreti italiani, poi agenti del Mossad.
- In Cina, a Nanning, in un youth hostel, gestito dietro le quinte dal Mossad, loro agenti avrebbero tentato di uccidermi col Taser. Ad Hanoi si sarebbe verificata la stessa situazione in un altro youth hostel della stessa catena del Mossad.
- A Padang avrebbero tentato di uccidermi agenti polacchi, che molto probabilmente operavano in Indonesia con la copertura della locale Chiesa Cattolica. Non so come intendessero eliminarmi, ma certamente in maniera elaborata, perché uno di quegli agenti era un mio sosia.
Capisco come possa sembrare inverosimile quanto da me descritto, ma chi vuole può prendere visione di una denuncia da me fatta in un comando di polizia in Gran Canaria Denuncia in Gran Canaria,
Può leggere la mia lettera aperta al Primo Ministro del Vietnam, da me pubblicata in Vietnam nel sito internet del Primo Ministro: Lettera aperta al Primo Ministro del Vietnam. E tant'altro.
Quanto fin qui descritto, è avvenuto tra l'autunno del 2004 (Sicilia) e la primavera del 2014 (Sumatra). E tralascio il resto per non tediare il lettore.
Si suole dire che tra i miei contemporanei Fidel Castro sia stato colui che abbia scampato a più attentati. In tutta sincerità, non so se questo record non dovrebbe essere attribuito a Melchiorre Gerbino.