Home Page
Italiano      English      Español      Français


Milano, fine dicembre 1966 - metà febbraio 1967.
- Umberto Tiboni trova un locale adatto come sede per il Movimento Mondo Beat e ne assume la gestione.
- Melchiorre Gerbino viene accolto nell'Elenco Speciale dei giornalisti della Lombardia e riceve dal Tribunale l'autorizzazione a pubblicare Mondo Beat in veste di direttore responsabile.
- Vittorio Di Russo lascia il Movimento.



29 dicembre 1966.
Verso la mezzanotte di quel giorno, Vittorio Di Russo veniva a bussare alla porta dell'appartamento di Gunilla Unger e Melchiorre Gerbino e chiedeva se si poteva nascondere da loro. Stava arrivando da Latina, dove tre giorni prima era stato tradotto dalla polizia dopo che aveva finito di scontare la galera. Se la polizia lo avesse trovato ancora a Milano, sarebbe stato condannato a tre mesi di prigione.
Vittorio Di Russo si riproponeva di promuovere azioni perché fosse sospesa l'ingiunzione con cui gli si vietava di risiedere in Milano, ma non aveva idee chiare su quali azioni avrebbe promosso. Era evidentemente in uno stato di prostrazione, se non confusionale. Il suo sguardo, che era stato insostenibile, era sfuggente. Quello che aveva subito di percosse e torture mentali, e forse anche di psicofarmaci, durante la settimana che era stato rinchiuso nelle segrete della Questura di Milano prima che fosse imprigionato, gli aveva causato un trauma profondo.

Il 1º gennaio 1967 Melchiorre Gerbino contattava telefonicamente il giornalista Ezio Chiodini, del quotidiano Il Giorno, che aveva conosciuto all'obitorio di Cinisello Balsamo nella triste incombenza dell'identificazione del corpo di Gennaro De Miranda. Lo invitava a casa sua e gli presentava Vittorio Di Russo, che gli parlava della sua vicenda. Ezio Chidini ne avrebbe parlato a sua volta con Italo Pietra, il direttore de Il Giorno.

Il 3 gennaio Melchiorre Gerbino si assentava dal suo lavoro all'Alitalia e si recava alla Camera di Commercio dove registrava a suo nome una società denominata "Mondo Beat", finalizzata a pubblicazioni per le scuole. Col documento che gli rilasciava la Camera di Commercio e con una copia del secondo numero della rivista Mondo Beat si recava poi, in compagnia di Umberto Tiboni, all'Ordine dei giornalisti e chiedeva l'iscrizione quale direttore responsabile del quindicinale studentesco "Mondo Beat". Il consigliere dell'Ordine, Luigi Marinatto, di cui si è già detto, gli fissava un appuntamento telefonico per l'11 mattina dello stesso mese, quando gli avrebbe comunicato l'esito della sua domanda.

Vittorio Di Russo intanto aveva telefonato a Fernanda Pivano per chiederle assistenza e Fernanda Pivano gli aveva comunicato che Alberto Dall’Ora, un celebre avvocato, si sarebbe recato al più presto in Questura per prendere visione del di lui dossier.

Il 5 gennaio il giornalista Ezio Chiodini conduceva nell'appartamento di Gunilla Unger e Melchiorre Gerbino il giornalista Marco Mascardi, pure lui del quotidiano Il Giorno, per una intervista a Vittorio Di Russo.

Il 9 gennaio Il Giorno pubblicava un articolo a piena pagina


 Vittorio Di Russo sarebbe rimasto nascosto 3 settimane a casa di Melchiorre Gerbino e Gunilla Unger
Vittorio Di Russo rilasciava un'intervista mentre si nascondeva nell'appartamento di Melchiorre Gerbino e Gunilla Unger.

Il 10 gennaio Melchiorre Gerbino si recava nello studio dell'avvocato Alberto Dall’Ora, il quale gli spiegava che Vittorio Di Russo si era fatto malamente incastrare e la Questura non era disposta a ritirare la diffida che gli aveva ingiunto, la concessione cui era disposta sarebbe stata di fingere di non vederlo circolare per Milano se egli non avesse fatto nulla per farsi notare.

Lasciato lo studio dell’avvocato, Melchiorre Gerbino faceva una lunga camminata verso casa sua, per avere tempo di riflettere. E riflettendo arrivava sempre alle stesse conclusioni. Intanto, che Vittorio Di Russo non restasse a Milano a strisciare lungo i muri, come avrebbe voluto la Questura, e allora non gli restavano altre opzioni se non lasciare Milano, oppure, circondato da fotoreporters, farsi arrestare platealmente e scontare tre mesi di prigione, e poi, scarcerato, farsi arrestare ancora una volta e scontare sei mesi di prigione, e avanti così, finché o lo avrebbero fatto morire in prigione di infarto, come fecero con Wilhelm Reich in America, o sarebbe stata dichiarata incostituzionale l'ingiunzione delle diffide e dei fogli di via obbligatori, che venivano emessi in forza del Codice Rocco, codice di ordinamento di polizia emanato durante l'era fascista.
Alla fine della lunga camminata, arrivato a casa, Melchiorre Gerbino si sarebbe intrattenuto a parlare con Vittorio Di Russo, mentre Gunilla Unger era al lavoro. Gli avrebbe riferito cosa gli aveva detto l’avvocato Dall'Ora e gli avrebbe spiegato cosa pensava egli stesso di tutta la faccenda. Vittorio Di Russo lo avrebbe ascoltato attentamente, perché aveva conosciuto Melchiorre Gerbino a Stoccolma quando questi di notte faceva l’underground nella Città Vecchia e di giorno il segretario del Consolato d'Italia.
Di questa mia esperienza "consolare" voglio ora parlare qui perché, non l’avessi fatta, non sarei stato in grado di affrontare il sistema italiano e di formulare i modelli della Contestazione.
Avvenne dunque a Stoccolma nel 1963, quando io avevo 23 anni e conducevo una beata vita esistenzialista, che io incontrassi un italiano che mi disse -"Perché non vai al Consolato a chiedere dei soldi? Il console Mario Orano 20 corone le dà a tutti". Io, che ero sempre squattrinato, con 20 corone avrei potuto entrare 20 sere in qualcuno dei locali che frequentavo nella Città Vecchia, e perciò mi recai dal console Mario Orano.
Quando arrivai, il Console stava correndo da una stanza all’altra, facendosi largo tra italiani che erano stati fatti cornuti dalle mogli svedesi, e telefonava da due postazioni diverse ad avvocati che peroravano la causa di costoro.
Quando tutti quei cornuti, e altri che andavano arrivando, cui io davo la precedenza, se ne furono andati, io esposi il mio modesto caso di un giovane squattrinato. Al che il console, con un sospiro di sollievo, disse -"Mi firmi qui una ricevuta, che le do 20 corone... Anzi, me ne firmi due, che gliene do 40". Poi, dopo che io ebbi firmato le due ricevute e avute 40 corone, il Console mi porse una penna Parker, di quelle col cappuccio d’oro, e mi disse -"Me la svita?". E io, mentre il Console esclamava -"Attento! Attento!", la svitai. Compii allora un prodigio, perché quella penna, che il Console chi sa per quali sovrapensieri aveva chiuso forzandola, nessun orefice era più riuscito a svitare! E quella era una penna storica, perché di suo padre, Paolo Orano, il teorico del Fascismo. Ma le sorprese non finirono lì, perché il Console scoprì che io conoscevo il latino (la buon’anima dell'avvocato Nino Gerbino aveva avuto ragione a pretendere che suo figlio Melchiorre apprendesse il latino a qualunque costo) e il latino lo faceva impazzire al Console, perché il vescovo cattolico di Uppsala, monsignor Taylor, americano, che non conosceva né lo svedese né l’italiano, gli mandava in latino i certificati di stato civile degli italiani della sua giurisdizione (in Svezia i preti che amministrano una parrocchia, siano essi luterani o cattolici, fungono da ufficiali di stato civile) e talvolta gli mandava in latino pure delle perizie. E quei certificati e quelle perizie il Console doveva tradurre in italiano, per inoltrarli ai comuni di residenza degli interessati. E poi il Console scoprì che io conoscevo bene il francese, lingua cui egli teneva tantissimo, e che parlavo correttamente e fluentemente lo svedese e sapevo battere a macchina. Mi assunse come segretario, essendo egli il gestore di quell’agenzia consolare che era allora il Consolato d’Italia a Stoccolma. E per un anno e mezzo, durante due ore la mattina io feci il console, e poi due ore il segretario del console, dacché verso mezzogiorno il Console stesso arrivava in ufficio. Né per recarmi in consolato io cambiavo dalla notte al giorno il mio vestiario esistenzialista, perché mi tenevo sempre pulito e profumato, come fa uno che fa spesso all’amore. Durante le due ore in cui il Console e io lavoravamo assieme, egli mi intratteneva con tutta sorta di storie e retroscena della seconda guerra mondiale e mi parlava della politica mondiale fino a dieci anni prima che scoppiasse la guerra. E me ne parlava da protagonista, perché da giovane era stato governatore di mezza Somalia italiana, quando suo fratello Marcello era stato governatore dell’altra mezza; poi, durante la guerra, era stato corrispondente sul fronte finlandese con Curzio Malaparte e Indro Montanelli; infine aveva trattato la pace separata, per Galeazzo Ciano, recandosi in piena guerra dalla Finlandia all’Inghilterra. E siccome aveva perso la guerra e s’era ridotto a gestire un’agenzia consolare, egli aveva avuto modo di riconsiderare tutto ciò con la mente sgombera da trionfalismi fascisti. E ancora: in quell’anno e mezzo io capii come funzionava la burocrazia italiana, se è vero che rilasciavo visti per l’Italia a stranieri che li richiedevano, vidimavo certificati di ditte svedesi che esportavano in Italia, rinnovavo e rilasciavo passaporti a cittadini italiani in Svezia, traducevo dallo svedese (e dal latino) certificati di stato civile e perizie varie che inoltravo a comuni italiani perché li registrassero... Vittorio Di Russo aveva avuto modo di conoscermi in questa mia attività consolare, perché era passato lui stesso dal Consolato a chiedere assistenza legale, quando nella fabbrica dove lavorava era stato urtato dal braccio di una gru ed era caduto in una vasca d’acido, da cui era uscito a nuoto. Aveva riportato allora disturbi alla vista e il console Orano e io gli avevamo fornito assistenza legale, finché non gli fu riconosciuto un indennizzo. E perciò ora, a Milano, mentre gli parlavo dello stato di intrappolamento in cui lo teneva la Questura, e di come uscirne in un modo o in un altro, Vittorio mi ascoltava attentamente.

L’11 gennaio Melchiorre Gerbino telefonava al consigliere dell’Ordine dei giornalisti della Lombardia, Luigi Marinatto, che gli comunicava dell'avvenuta sua iscrizione all’Albo dell'Elenco Speciale. Come si è già detto, Luigi Marinatto si compiaceva della linea della rivista Mondo Beat e faceva i complimenti ad Antonio Pilati per il suo articolo "Le scelte castrate".

Il 12 gennaio Melchiorre Gerbino allegava alla documentazione dell’Ordine dei giornalisti e a quella della Camera di commercio una domanda, che presentava al Tribunale di Milano, con cui chiedeva l'autorizzazione a pubblicare il quindicinale studentesco "Mondo Beat" in veste di direttore responsabile e proprietario della testata.
Lo stesso giorno Umberto Tiboni trovava un locale che gli sembrava adatto come sede per Mondo Beat e a sera vi conduceva Gunilla Unger e Melchiorre Gerbino.
Il locale era a due passi da Piazza Cinque Giornate, raggiungibile da Piazza Duomo con una passeggiata di venti minuti. Si trovava a pianterreno e aveva due grandi saracinesche, dietro le quali vi erano due vetrate di pari ampiezza, una fissa e una che fungeva da entrata. Il vano era di circa sessanta metri quadri e da un angolo di esso si scendeva per una scala in muratura a una cantina, ampia circa cento metri quadri, in mattoni di terracotta e a volta. Il tutto era così bello e la manutenzione così perfetta che non si poteva credere fosse vero. Le condizioni, per stipulare il contratto, erano pagamento all’atto della stipulazione di Lire 175.000, pari a tre mesi di affitto anticipati; poi, allo scadere dei tre mesi, ancora pagamento di Lire 175.000 per il rinnovo automatico dell’affitto per altri tre mesi e così di seguito.
Melchiorre Gerbino disse: "Prendiamolo subito!", ma Gunilla Unger e Umberto Tiboni si sarebbero mostrati flemmatici, perché si divertivano, per una volta, a vederlo eccitato.
Essendo simile agli scantinati che Gunilla Unger e Melchiorre Gerbino avevano frequentato nella Città Vecchia di Stoccolma, e gli esistenzialisti ancor prima a Parigi, lo scantinato veniva battezzato "Cava" e poi, per estensione, così si sarebbe chiamata la sede tutta del Movimento Mondo Beat.

-  Le due vetrate della sede di Mondo Beat
Esterno della sede di Mondo Beat.

Pianterreno della sede di Mondo Beat
(cliccare)


-  La Cava
Scantinato della sede di Mondo Beat.

Il 14 gennaio Gunilla Unger e Melchiorre Gerbino avanzavano congiuntamente Lire 100.000, Umberto Tiboni Lire 75.000, per il pagamento anticipato di tre mesi d’affitto della Cava. Mettevano quei soldi a fondo perduto, perché sapevano bene che non li avrebbero più recuperati. Quel giorno Umberto Tiboni, che era residente a Sesto San Giovanni, firmava a nome suo il contratto di affitto della Cava, con la clausola dell’attività commerciale, cosicché la Questura non avrebbe potuto diffidarlo dal soggiornare in Milano, e quello stesso giorno si dimetteva dalla ditta dove lavorava, tanto del ciclostile elettrico non avremmo più avuto bisogno, perché a breve il Tribunale avrebbe autorizzato la pubblicazione della rivista Mondo Beat e perciò i numeri li avremmo potuto stampare in tipografia.
Nota. Per le leggi allora vigenti, si potevano stampare in tipografia solo le riviste registrate in tribunale. Alle pubblicazioni non registrate era consentito di stampare in tipografia un solo foglio (prima e seconda di copertina) ed esse potevano usare solo una volta il titolo di testata che si davano, e accanto al titolo doveva apparire a chiare lettere la dicitura "NUMERO UNICO". Per questo i primi due numeri di Mondo Beat, usciti quando la rivista non era ancora autorizzata, furono da Melchiorre Gerbino titolati "MONDO BEAT - NUMERO UNICO" e "MONDO BEAT/ONDA VERDE - NUMERO UNICO".

Dopo l'affitto della Cava, nei tardi pomeriggi Gunilla Unger e Melchiorre Gerbino avrebbero incontrato Umberto Tiboni, per sistemare i locali, e a tarda sera avrebbero accolto nella Cava i giovani più impegnati del Movimento. Ci si sarebbe incontrati con grande discrezione, a evitare che la polizia se ne accorgesse, non avendo ancora Melchiorre Gerbino ricevuto l'autorizzazione a pubblicare la rivista Mondo Beat, di cui la Cava era registrata sede ufficiale.

Il 16 sera avremmo portato segretamente Vittorio Di Russo alla Cava. Vittorio era stato soggetto a crisi paranoiche, durante il tempo in cui era rimasto nascosto nel loro appartamento, ma Gunilla Unger e Melchiorre Gerbino erano sempre riusciti a tranquillizzarlo, grazie al legame che li univa dai tempi di Stoccolma. Ma una volta sceso nello scantinato della Cava, Vittorio Di Russo si sarebbe sentito male e avrebbe avuto un attacco collerico nei confronti di Umberto Tiboni, che ne sarebbe rimasto molto scosso, perché non aveva mai visto Vittorio in questo stato.

Domenica 22 gennaio, dopo essere rimasto nascosto 3 settimane, Vittorio Di Russo si decideva a lasciare Milano per Genova, dove avrebbe potuto circolare liberamente. Melchiorre Gerbino lo avrebbe accompagnato a Genova a casa di Barba, il beat più di riferimento della città, che avrebbe accolto Vittorio con calore e gli avrebbe messo a disposizione una grande stanza dove Vittorio avrebbe potuto dipingere e scolpire. Ma lasciando Genova, Melchiorre Gerbino avrebbe avuto il presentimento che Vittorio sarebbe presto tornato a Milano.
Melchiorre Gerbino avrebbe sofferto molto a causa della situazione in cui Vittorio Di Russo versava e in cui lo coinvolgeva, e non solo perché questa situazione fosse stressante, ma ancor di più perché egli non poteva fare nulla per aiutarlo a venirne fuori, solo un partito politico avrebbe potuto, perché avrebbe avuto la forza di imporre alla Questura di Milano di ritirare la diffida, ma purtroppo Vittorio non aveva cognizione di politica né del sistema di potere cui si era messo contro.
La sera dello stesso 22 gennaio, tornato da Genova a Milano, Melchiorre Gerbino incontrava i giovani di Onda Verde, che si dicevano contenti della fusione di Onda Verde con Mondo Beat, che piaceva agli studenti delle secondarie, nelle cui scuole si stavano vendendo centinaia di copie del'ultimo numero della rivista.

L’ultima settimana di gennaio sarebbe trascorsa tranquilla. Quelli del giro sapevano che Melchiorre Gerbino avrebbe ricevuto presto l’autorizzazione a pubblicare Mondo Beat e la Cava sarebbe diventata allora un bastione sicuro. Nell’attesa, di giorno si defilano dal centro di Milano, a evitare retate di polizia e carabinieri.
Intanto Giorgio Contini, che era stato tra i primi ad accorrere a Firenze dopo l’alluvione, era tornato a Milano e si era messo a disposizione per assumere la direzione dello scantinato della Cava, dove sarebbe stato creato un grande guardaroba per accogliervi gli zaini dei giovani del Movimento.

Il 2 febbraio 1967 Melchiorre Gerbino riceveva dal tribunale di Milano documento di autorizzazione a pubblicare la rivista Mondo Beat. Lo stesso giorno lasciava l'impiego all'Alitalia, senza preannunciare le dimissioni, non essendo ancora impiegato di ruolo, mentre Gunilla Unger avrebbe informato l'avvocato Pisano che avrebbe lasciato l'impiego allo scadere di 30 giorni.
Nello stesso giorno, 2 febbraio, Umberto Tiboni e Melchiorre Gerbino avrebbero aperto la Cava al pubblico. Annunciando che la Cava sarebbe restata aperta ininterrottamente, l'accesso gratuito e consentito a tutti senza richiesta di identificazione, ognuno potendoci restare all'interno a tempo indeterminato, essi avrebbero avvertito che per restare nel giro della Cava si dovevano rispettare rigorosamente le tre regole di Mondo Beat: niente violenze, niente furti, niente droghe.
Si noti che a quel tempo c'erano pochissimi luoghi al mondo aperti 24 ore, accessibili a tutti, al cui interno si poteva restare a tempo indeterminato. Forse solo la Cava di Mondo Beat e la Metropolitana di New York, ma per restare a tempo indeterminato nella Metropolitana di New York si doveva pagare una volta, per entrarci.

Fin dalle prime ore di apertura, nella Cava ci sarebbe stato un andirivieni di beats e provos che vivevano a Milano. Il giorno dopo sarebbero arrivati ragazzi e ragazze dai sobborghi, poi da ogni dove. I giovani che erano a Firenze dal tempo dell'alluvione sarebbero tornati a Milano e con loro sarebbero arrivati giovani di altre nazioni.
I ragazzi italiani avevano nomi Ombra, Grillo, Zafferano, Scheletrino, Gesù, Cristo, Roccia, Giuda, Smilzo, Ronny, Principe, Morgan, Pasticca, Ercolino, Ringo... tra le ragazze prevaleva la tendenza a mantenere il nome di battesimo o il nomignolo, numerose si facevano chiamare Mamma, ma ce n'erano pure di bizzarre che s'erano date nomi Farfallina e Sirena.

Domenica 5 febbraio alla Cava arrivava Vittorio Di Russo. Come Melchiorre Gerbino aveva previsto, egli avrebbe lasciato presto Genova per tornare a Milano. Vittorio era assieme a Rosa, una ragazza milanese che aveva un negozio di fiori, nel cui appartamento ora Vittorio abitava. Rosa era minuta, carina, innamorata di Vittorio. Vittorio sarebbe rimasto poco e sul chi vive, giustamente temendo che ci fossero nella Cava informatori di polizia che avrebbero potuto segnalarlo alla Questura.
Nella settimana che sarebbe seguita, Vittorio e Rosa avrebbero fatto fugaci apparizioni alla Cava e Rosa avrebbe mostrato timore per la sorte di Vittorio e fatto pressioni su Umberto Tiboni e Melchiorre Gerbino perché non lo si trattenesse, cosa che avrebbe creato imbarazzo in loro, perché nulla facevano per trattenerlo. Dal canto suo Vittorio per un verso si mostrava preoccupato a causa della Questura, per altro verso nervoso perché avvertiva che aveva perso ascendente sui giovani di Mondo Beat. Erano tre mesi che egli non era stato più attivo nel Movimento e durante questo tempo erano successi eventi eccezionali, quali la Manifestazione delle Manette e la Manifestazione dei Fiori e ora si poteva esercitare influenza a Mondo Beat se ci si metteva alla testa di azioni di rottura, ma Vittorio non poteva, perché, lo avesse fatto, la Questura lo avrebbe immediatamente arrestato e un pretore lo avrebbe condannato a tre mesi di carcere.
Come s'è detto, il vero guaio di Vittorio era che non conosceva l'impianto del sistema italiano. Ora che avrebbe voluto defilarsi dalle azioni di rottura e starsene tranquillamente nei panni del padre fondatore, egli cercava il compromesso con la Questura di Milano, che non aveva poteri decisionali, perché "ubbidiva a ordini superiori", quando invece avrebbe dovuto recarsi a Roma, da quei quattro gatti del Partito Repubblicano Italiano, che erano nella coalizione governativa e cercavano disperatamente ossigeno tra i giovani. I repubblicani gli avrebbero fatto ponti d’oro per farlo passare dalla loro parte! Ma Vittorio di politica non aveva cognizione.

Domenica mattina, 12 febbraio, forse mal consigliato da Rosa, Vittorio arrivava alla Cava seguito da sei giovani. Rosa avrebbe aspettato in un bar poco distante. Vittorio scendeva nello scantinato, che rigurgitava di ragazzi e ragazze, e gridava: -"Basta! Andiamocene tutti da qui! Questo è un posto marcio! Andiamo a purificarci a Rapallo, nella villa di Barry McBuir!" che era un ragazzo anglo-italiano la cui madre aveva una villa a Rapallo. Quelli che non conoscevano Vittorio sarebbero rimasti a chiacchierare dei fatti loro, gli altri interdetti. Melchiorre Gerbino avrebbe detto a voce alta: "Chi vuole, vada a Rapallo. Qui può sempre tornare."... e Vittorio, con voce imperiosa: "Andiamo!"- e si sarebbe avviato fuori dalla Cava e dalla storia di Mondo Beat. I sei che lo avevano seguito sarebbero tornati alla Cava dopo mezz’ora.
Durante il periodo di Mondo Beat, Melchiorre Gerbino non lo avrebbe più rivisto. Dopo lo scioglimento del Movimento sarebbe andato due volte a casa sua a visitarlo.
Verso fine ottobre del 1967 Melchiorre Gerbino lasciava Milano e non avrebbe incontrato più Vittorio Di Russo durante nove anni. Nel settembre del 1976, mentre stava compiendo un giro del mondo, passando da Milano lo avrebbe incontrato per caso nel parco del Castello Sforzesco. Vittorio Di Russo gli avrebbe detto con affetto: "A Milano hai lasciato il ricordo di un gran figlio di puttana!" e lo avrebbe accompagnato alla Stazione Centrale, al suo treno per Bruxelles.

Vittorio Di Russo col pullover bianco. Alla sua sinistra <i>Sisso</i>; alla sua destra, sulla stessa fila, Pierluigi Perronace <i>Principe</i> e Alfio D'Agosta <i>Giuda</i>; in basso, col colbacco, Albert Villy Augerau suona la chitarra    Vittorio Di Russo seduto sul tavolo; alla sua destra Adriana e Tella Ferrari; alla sua sinistra sulla stessa fila Giorgio Cavalli <i>Ombra</i>, Daniele, Antonio Di Spagna <i>Papà</i>, che guarda in direzione del fotografo, e Alfredo
Vittorio Di Russo durante le sue fugaci apparizioni nella Cava nel febbraio 1967.

Nella foto di sinistra, Vittorio Di Russo col pullover bianco. Alla sua sinistra Sisso; alla sua destra, sulla stessa fila, Pierluigi Perronace Principe e Alfio D’Agosta Giuda; in basso, col colbacco, Albert Villy Augerau suona la chitarra.
Nella foto di destra, Vittorio Di Russo seduto sul tavolo; alla sua destra Adriana e Tella Ferrari; alla sua sinistra sulla stessa fila Giorgio Cavalli Ombra, Daniele, Antonio Di Spagna Papà (che guarda in direzione del fotografo) e Alfredo.

Vittorio e Rosa Di Russo ebbero due figli    Rosa Di Russo davanti al comando dei carabinieri di Via della Moscova protesta per l’ennesimo arresto di Vittorio, i cui guai purtroppo sarebbero continuati anche dopo Mondo Beat
Vittorio e Rosa Di Russo a Natale del 1967 - Rosa Di Russo protesta per l’ennesimo arresto di Vittorio.

I guai di Vittorio Di Russo non sarebbero finiti subito dopo i tempi di Mondo Beat, perché la polizia o i carabinieri, a prevenire che egli potesse agire di nuovo in Milano, lo avrebbero arrestato di tanto in tanto e trattenuto in prigione alcune ore, senza alcun motivo, giusto per ricordargli che sarebbe stato imprigionato 3 mesi, se avesse fatto un passo falso.
Uno dei calcoli sbagliati che Vittorio Di Russo fece, intraprendendo la sua azione a Mondo Beat, fu di aspettarsi del fair play da parte dei personaggi al potere, come se ci fosse stato un tacito agreement tra gentiluomini per un comportamento onorevole tra loro. Non sospettava a che grado di abiezione arrivassero i suoi nemici.
Lo stesso Melchiorre Gerbino, figlio di un uomo politico, che aveva una comprensione più machiavellica della natura del potere di quanto non ne avesse Vittorio Di Russo, e sapeva come una regina reggente bizantina avesse ridotto alla cecità il proprio figliolo per potere rimanere a gestire il potere, non avrebbe sospettato come in Vaticano fossero stati ancora più abietti di tanto, prima di averlo appreso a caro prezzo.

Vittorio Di Russo il migliore di noi tutti a Mondo Beat
Vittorio Di Russo con Pierluigi Perronace Principe e Cina agli inizi del Movimento Mondo Beat.

Vittorio Di Russo fu il migliore di noi tutti a Mondo Beat, perché il più carismatico e generoso. Tre settimane della sua attività sarebbero bastate a creare un movimento storico da una gioventù disorientata. Chi lo ha conosciuto non può dimenticare il suo sorriso di leone sognatore.


Storia di Mondo Beat. Capitolo 7