Home Page
Italiano      English      Español      Français


Mondo Beat, Milano - Gennaio / Febbraio 1967.


Umberto Tiboni trova un locale adatto come sede per il Movimento Mondo Beat e ne assume la gestione -

Melchiorre Gerbino riceve dal Tribunale di Milano l’autorizzazione a pubblicare il quindicinale studentesco "Mondo Beat" -

Vittorio Di Russo esce di scena.


Domenica, 1 gennaio 1967, Melchiorre Gerbino contatta telefonicamente Ezio Chiodini e gli fa gli auguri di Capodanno. Ezio Chiodini è il corrispondente del quotidiano Il Giorno, che Melchiorre Gerbino ha conosciuto all'obitorio di Cinisello Balsamo nella triste circostanza dell'identificazione del cadavere di Gennaro De Miranda. Melchiorre Gerbino invita Ezio Chiodini a casa sua, dove Vittorio Di Russo si sta nascondendo, e glielo presenta.

Il giorno seguente Ezio Chiodini contatta il direttore del suo quotidiano, Italo Pietra, e gli parla della vicenda di Vittorio Di Russo. Italo Pietra si dice interessato della vicenda di Vittorio Di Russo e decide di mandare quanto prima un cronista a intervistarlo.
Vittorio Di Russo intanto ha telefonato a Fernanda Pivano, per chiederle assistenza, e le ha detto di come e dove si nasconda a Milano. Questo irrita Melchiorre Gerbino, quando lo apprende, perché diffida di Fernanda Pivano, ma egli non mostra la sua irritazione, perché Vittorio è traumatizzato dai maltrattamenti che ha subito nelle segrete della Questura di Milano e dal mese di carcere che ha scontato.

Il 3 gennaio Melchiorre Gerbino si assenta dal suo lavoro all’Alitalia e si reca alla Camera di Commercio e con il versamento di £ 1000 registra a nome suo una società denominata "Mondo Beat", finalizzata a pubblicazioni per le scuole. Col documento che gli rilascia la Camera di Commercio e con una copia del secondo numero della rivista Mondo Beat si reca poi, in compagnia di Umberto Tiboni, all’Ordine dei giornalisti della Lombardia e chiede l’iscrizione all’Elenco Speciale, quale direttore responsabile del quindicinale studentesco "Mondo Beat". Luigi Marinatto, il consigliere dell’Ordine che lo attende, sfogliando la rivista chiede quante copie ne sono state stampate. "Cinquemiladuecento"- risponde Gerbino. Marinatto salta dalla poltrona. Gerbino spiega come Mondo Beat sia un movimento in forte crescita. Marinatto fa intendere di avere sentito qualcosa al riguardo. Chiede a Gerbino di compilare una domanda d’scrizione, che egli stesso gentilmente aiuta a formulare. Trattiene la copia della rivista, per poterne leggere gli articoli, e fissa con Gerbino un appuntamento telefonico perché questi conosca l’esito della sua domanda.

Il 4 gennaio Vittorio Di Russo viene telefonicamente informato da Fernanda Pivano di come l’avvocato Alberto Dall’Ora, celebre penalista, per studiare il suo dossier si recherà quanto prima in Questura.

Il 5 gennaio Ezio Chiodini conduce a casa di Gerbino il giornalista Marco Mascardi, per un’intervista a Vittorio Di Russo.

Il 9 gennaio appare l’articolo

(Il Giorno - 9.1.1967)
 Vittorio Di Russo si nascose 3 settimane a casa di Melchiorre Gerbino e Gunilla Unger
Vittorio Di Russo rilascia un’intervista mentre è nascosto a casa di Melchiorre Gerbino e Gunilla Unger.

_____________________________________________________________________________

Il 10 gennaio Melchiorre Gerbino si reca nello studio dell’avvocato Alberto Dall’Ora, il quale gli spiega di come Vittorio Di Russo si sia fatto malamente incastrare e di come la Questura non sia disposta a ritirare la diffida di soggiornare in Milano che gli ha ingiunto. La sola concessione cui é disposta la Questura é di fingere di non vederlo circolare per Milano se Vittorio Di Russo non farà nulla per farsi notare.
Lasciato lo studio dell’avvocato Alberto Dall'Ora, Melchiorre Gerbino fa una lunga camminata verso casa, per avere tempo di riflettere. E, riflettendo, arriva sempre alle stesse conclusioni. Intanto, che non succeda che Vittorio Di Russo resti a Milano a strisciare lungo i muri, come vorrebbe la Questura, magari per raggiungere qualche salotto letterario e farci la figura patetica del lei non sa chi sono io!. Allora non gli restano che due opzioni, o se ne va da Milano, o si fa arrestare platealmente e sconta tre mesi di prigione, e poi, scarcerato, si fa arrestare ancora e sconta sei mesi di prigione, e avanti così, finché, o l’ammazzano in prigione d’infarto, come fecero con Wilhelm Reich in America, o vengono dichiarati anticostituzionali le diffide e i fogli di via obbligatori.
Alla fine della lunga camminata, arrivato a casa, Melchiorre Gerbino si intrattiene con Vittorio Di Russo, mentre Gunilla Unger è al lavoro. Gli riferisce cosa gli ha detto l’avvocato Dall'Ora e gli dice cosa pensa lui della vicenda. Vittorio Di Russo lo ascolta attentamente, perché ha conosciuto Melchiorre Gerbino a Stoccolma quando questi di notte faceva l’underground nella Città Vecchia e di giorno il segretario del Consolato d’Italia.
Di questa mia "esperienza consolare" voglio ora parlare perché, se non l’avessi fatta, non sarei stato in grado di affrontare il sistema italiano e di formulare i modelli della Contestazione.
Avvenne dunque a Stoccolma nel 1963, quando io avevo 23 anni e conducevo una beata vita esistenzialista, che io incontrassi un italiano che mi disse -"Perché non vai al Consolato a chiedere dei soldi?! Il console Mario Orano 20 corone le dà a tutti!". Io con 20 corone avrei potuto entrare 20 sere in qualcuno dei locali underground che frequentavo nella Città Vecchia, e perciò mi recai dal console Mario Orano.
Quando arrivai io, il Console stava correndo da una stanza all’altra, facendosi largo tra italiani che erano stati fatti cornuti dalle mogli svedesi, e telefonava da due postazioni diverse ad avvocati che peroravano la causa di costoro.
Quando tutti quei cornuti, e altri ancora che andavano arrivando, cui io davo la precedenza, se ne furono andati, io esposi il mio modesto caso, quello di uno che era squattrinato. Al che il console, con un sospiro di sollievo, disse -"Mi firmi qui una ricevuta, che le do 20 corone... Anzi, me ne firmi due, che gliene do 40". Poi, dopo che io ebbi firmato le due ricevute e avute 40 corone, il Console mi porse una penna Parker, di quelle col cappuccio d’oro, e mi disse -"Me la svita?". E io, mentre il Console esclamava -"Attento! Attento!", la svitai. Compii allora un prodigio, perché quella penna, che il Console chi sa per quale soprappensiero aveva chiuso forzandola, nessun orefice era più riuscito a svitare! E quella era una penna storica, perché di suo padre, Paolo Orano, il teorico del Fascismo. Ma i miei prodigi non si fermarono lì, perché il Console scoprì che io conoscevo il latino (la buon’anima di mio padre aveva avuto ragione a pretendere che io l’apprendessi a qualunque costo!). E il latino lo faceva impazzire al Console, perché il vescovo cattolico di Uppsala, monsignor Taylor, americano, che non conosceva né lo svedese né l’italiano, gli mandava in latino i certificati di stato civile degli italiani della sua giurisdizione (in Svezia i preti che amministrano una parrocchia, siano essi luterani o cattolici, fungono da ufficiali di stato civile) e talvolta gli mandava in latino pure delle perizie. E quei certificati e quelle perizie il Console doveva tradurre dal latino all’italiano, per inoltrarli ai comuni di residenza degli interessati. E poi il Console scoprì che io conoscevo bene il francese, lingua cui egli teneva tantissimo, e che parlavo correttamente e fluentemente lo svedese e sapevo battere a macchina. Mi assunse come segretario, essendo egli il gestore di quell’agenzia consolare che era allora il Consolato d’Italia a Stoccolma. E per un anno e mezzo, durante due ore la mattina io feci il console, e due ore il segretario del console, dacché verso mezzogiorno il Console stesso arrivava in ufficio. Né per recarmi in consolato io cambiavo dalla notte al giorno il mio vestiario esistenzialista, perché lo tenevo sempre pulito e profumato, come fa uno che fa spesso all’amore. Durante le due ore in cui il Console e io lavoravamo assieme, egli mi intratteneva con tutta sorta di storie e retroscena della seconda guerra mondiale e mi parlava della politica mondiale fino a dieci anni prima che scoppiasse la guerra. E me ne parlava da protagonista, perché da giovane era stato governatore di mezza Somalia, quando suo fratello Marcello era stato governatore dell’altra mezza; poi, durante la guerra, era stato corrispondente sul fronte finlandese con Curzio Malaparte e Indro Montanelli; infine aveva trattato la pace separata, per Galeazzo Ciano, recandosi in piena guerra dalla Finlandia all’Inghilterra. E siccome aveva perso la guerra e s’era ridotto a gestire un’agenzia consolare, egli aveva avuto modo di riconsiderare tutto ciò con la mente sgombera da trionfalismi fascisti. E ancora: in quell’anno e mezzo io capii come funzionava la burocrazia italiana, se è vero che rilasciavo visti per l’Italia a stranieri che li richiedevano, vidimavo certificati di ditte svedesi che esportavano in Italia, rinnovavo e rilasciavo passaporti a cittadini italiani in Svezia, traducevo dallo svedese (e dal latino) certificati di stato civile e perizie varie che inoltravo a comuni italiani perché li registrassero... Vittorio Di Russo aveva avuto modo di conoscermi in questa mia "attività consolare", perché era passato dal Consolato per chiedere assistenza legale quando, nella fabbrica dove lavorava, era stato urtato dal braccio di una gru che l’aveva fatto cadere in una vasca d’acido, da cui era uscito a nuoto. Aveva riportato allora dei disturbi alla vista e il console Orano e io gli avevamo fornito assistenza legale, finché non gli fu riconosciuto un indennizzo. E perciò ora, a Milano, mentre gli parlavo dello stato di intrappolamento in cui lo teneva la Questura, e di come uscirne in un modo o in un altro, Vittorio mi ascoltava attentamente.

L’11 gennaio Melchiorre Gerbino chiama al telefono il consigliere dell’Ordine dei giornalisti della Lombardia, Luigi Marinatto, che gli comunica dell'avvenuta sua iscrizione all’Albo dell'Elenco speciale. Luigi Marinatto si compiace della linea della rivista Mondo Beat e fa i complimenti ad Antonio Pilati per il suo articolo "Le scelte castrate".

Il 12 gennaio Melchiorre Gerbino allega alla documentazione dell’Ordine dei giornalisti e a quella della Camera di commercio una domanda, che presenta al Tribunale di Milano, con cui chiede l'autorizzazione a pubblicare il quindicinale studentesco "Mondo Beat" in veste di direttore responsabile e proprietario della testata.
Lo stesso giorno Umberto Tiboni trova un locale, nel centro di Milano, che gli sembra adatto come sede per il Movimento Mondo Beat. A sera Umberto Tiboni vi conduce Gunilla Unger e Melchiorre Gerbino.
Il locale è a pianterreno e ha due grandi saracinesche dietro le quali vi sono due vetrate di pari ampiezza, una fissa e una che funge da entrata. Il vano è di circa quaranta metri quadri e da un angolo si scende per una scala in muratura in una cantina, ampia circa cento metri quadri, in mattoni di terracotta e a volta. Il tutto è in perfetto stato di mantenimento. Le condizioni per stipulare il contratto sono: pagamento all’atto della stipulazione di £ 175.000, pari a tre mesi di affitto anticipati; poi, allo scadere dei tre mesi, pagamento di £ 175.000 per il rinnovo automatico dell’affitto per altri tre mesi, e così via... É COSÌ BELLO CHE NON SI PUÒ CREDERE CHE SIA VERO!... Melchiorre Gerbino dice perentorio: "Prendiamo questo locale!"... Gunilla Unger e Umberto Tiboni fanno i flemmatici, perché, per una volta, si divertono a vederlo eccitato.
La cantina, essendo del tutto simile alle caves esistenzialiste di Parigi e a quelle della Città Vecchia di Stoccolma, suggerisce di battezzare la sede di Mondo Beat col nome "La Cava".
Locata a due passi da Piazza Cinque Giornate, raggiungibile da Piazza del Duomo con una passeggiata di un quarto d’ora, nell’arco di poche settimane della Cava di Mondo Beat se ne sarebbe parlato in tutta Italia.

Lo scantinato della Cava era di circa 100 mq
Lo scantinato della Cava

Oltre a tutte quelle che si vedranno nella ricostruzione di questa storia, a questo link della Getty Images si possono vedere altre foto dello scantinato della Cava di Mondo Beat

Tornando alla ricostruzione cronologica della storia di Mondo Beat, il 14 gennaio 1967 Gunilla Unger e Melchiorre Gerbino avanzano £ 100.000, Umberto Tiboni £ 75.000, per pagare l’affitto di tre mesi anticipati della Cava. Mettono quei soldi a fondo perduto, perché sanno bene che non li recupereranno più. Quel giorno Umberto Tiboni, che è residente a Sesto San Giovanni, firma a nome suo il contratto di affitto della Cava, con la clausola dell’attività commerciale, cosicché la Questura non potrà diffidarlo dal soggiornare in Milano, e quello stesso giorno si dimette dalla ditta dove lavora, tanto del ciclostile elettrico non avremo più bisogno, perché a breve il Tribunale di Milano avrà autorizzato la pubblicazione della rivista Mondo Beat e i numeri potranno essere stampati in tipografia.
Nota:
Per le leggi allora vigenti in Italia, si potevano stampare in tipografia solo le riviste registrate in tribunale. Alle pubblicazioni non registrate era consentito di stampare in tipografia un solo foglio (prima e seconda di copertina) ed esse potevano usare solo una volta il titolo di testata che si davano, e accanto al titolo doveva apparire a chiare lettere la dicitura "NUMERO UNICO". Per questo i primi due numeri di Mondo Beat, usciti quando la rivista non era ancora ufficializzata, furono da Melchiorre Gerbino titolati "MONDO BEAT - NUMERO UNICO" e "MONDO BEAT | ONDA VERDE - NUMERO UNICO".

Domenica 15 gennaio prendiamo possesso delle chiavi della Cava.

Il 16 sera portiamo segretamente Vittorio Di Russo alla Cava.
Vittorio, a causa del trauma che ha subito per le percosse e le torture mentali, è soggetto a crisi paranoiche. Melchiorre Gerbino e Gunilla Unger sono sempre riusciti a tranquillizzarlo, grazie al legame che li unisce dai tempi di Stoccolma. Ma, condotto nello scantinato della Cava, Vittorio comincia a sentirsi male e ha un attacco collerico nei confronti di Umberto Tiboni, che ne rimane molto scosso.

Dalla sera di martedì 17, e per le sere a seguire, si fanno venire alla Cava le ragazze e i ragazzi più impegnati del Movimento. Le tre condizioni che ognuno esplicitamente accetta, per potere frequentare la Cava, e che obbliga gli altri a rispettare, sono: no alla violenza, no al furto, no alla droga. Le prime due condizioni sono dettate da ragioni di coscienza, la terza da motivi di sicurezza. Inoltre, in questi primi tempi, si chiede la massima discrezione a chi le sere frequenta la Cava, perché la polizia non abbia ad arrivarci prima che il Tribunale abbia dato l’autorizzazione a pubblicare la rivista Mondo Beat, di cui la Cava sarà la sede ufficiale.

Domenica 22 gennaio, dopo tre settimane di tergiversamenti, Vittorio Di Russo decide di lasciare Milano.
Melchiorre Gerbino contatta allora un conoscente col quale lo accompagna in macchina a Genova, a casa di Barba. A Genova Vittorio potrà circolare liberamente, come del resto in tutte le città italiane a eccezione di Milano.
Barba, che é il beat più carismatico di Genova, accoglie Vittorio con grande calore. Ma Melchiorre Gerbino ha il presentimento che Vittorio Di Russo tornerà presto a Milano, perché è lì il grande incendio da cui Vittorio è attratto, come una farfalla da un lume.
La sera di quello stesso giorno, appena tornato da Genova a Milano, Melchiorre Gerbino incontra i giovani di Onda Verde, che si dicono contenti della fusione con Mondo Beat, che piace agli studenti, e contenti della grande diffusione che sta avendo il numero "Mondo Beat/Onda Verde" nelle scuole milanesi.

(AGI)
Bertrand Russell e Mario Savio erano i maggiori intellettuali di riferimento di Onda Verde   I giovani di Onda Verde erano della borghesia milanese illuminata   Gianfranco Sanguinetti sarebbe diventato un esponente di spicco dell'Internazionale Situazionista

Andrea Valcarenghi, Marco Daniele e Marco Maria Sigiani, dell'Onda Verde, durante un incontro al Circolo della Stampa di Milano (foto a sinistra).

Due giovani dell'Onda Verde di sera sotto i portici di Corso Vittorio Emanuele. Manifestano per l'obiezione di coscienza al servizio militare obbligatorio (foto centrale) .

Un articolo di Gianfranco Sanguinetti (a destra).
_____________________________________________________________________________

L’ultima settimana di gennaio trascorre tranquilla. Quelli del giro sanno che Melchiorre Gerbino riceverà presto l’autorizzazione del Tribunale a pubblicare la rivista Mondo Beat e che la Cava diventerà allora un bastione sicuro, nell’attesa, di giorno si defilano dal centro di Milano, a evitare retate di carabinieri e polizia.
Nei tardi pomeriggi, tornati dal lavoro, Gunilla Unger e Melchiorre Gerbino incontrano Umberto Tiboni e aprono la Cava, dove a sera si intrattengono con i ragazzi e le ragazze più motivati del Movimento.
Giorgio Contini, che era stato tra i primi ad accorrere a Firenze dopo l’alluvione, torna a Milano e si mette a disposizione per assumere la direzione dello scantinato della Cava.

Giovedì 2 febbraio Melchiorre Gerbino riceve dal Tribunale di Milano l’autorizzazione a pubblicare la rivista Mondo Beat. Lo stesso giorno tronca il rapporto con l’Alitalia, di cui non è ancora impiegato di ruolo, perché non ha compiuto i tre mesi di tirocinio. Lo stesso giorno Gunilla Unger, che aveva già avvertito l’avvocato Pisano che si sarebbe licenziata, lascia lo studio dove ha lavorato durante un anno.
Umberto Tiboni applica sulla vetrata d’entrata della Cava l’adesivo "Redazione Mondo Beat" e annuncia che la Cava rimarrà aperta giorno e notte, ininterrottamente. Chiunque potrà lasciare le proprie cose al sicuro nel guardaroba dello scantinato, senza dover pagare né esibire documenti, ma chi vuole restare nel giro della Cava deve rigorosamente osservare i tre principi di Mondo Beat: no alla violenza, no al furto, no alla droga.
La Cava di Mondo Beat avrebbe rappresentato una istituzione eccezionalissima, perché in quegli anni rarissimi erano i locali aperti 24 ore e a tutti incondizionatamente. Forse solo la Cava di Mondo Beat e la Metropolitana di New York. Ma nella Metropolitana di New York per entrarci e starci a tempo indeterminato, una volta dovevi pagare.
Fin dalle prime ore di apertura della Cava si sarebbe creato un andirivieni di tutti i giovani del giro di Milano. La voce sull’evento si sarebbe subito sparsa e nei giorni successivi sarebbero cominciati ad arrivare ragazzi e ragazze dall’hinterland milanese e poi da ogni parte dell’Italia del Nord e massimamente da Torino e Genova. Da Firenze sarebbero cominciati a tornare molti di quelli che vi si erano recati per dar soccorso dopo l’alluvione e con loro sarebbero arrivati giovani di diverse nazionalità, massimamente francesi.
I ragazzi italiani del giro della Cava avevano pseudonimi quali Ombra, Grillo, Zafferano, Gesù, Cristo, Roccia, Giuda, Smilzo, Ronni, Principe, Morgan, Pasticca, Ercolino, Ringo... tra le ragazze prevaleva la tendenza a mantenere il nome di battesimo o il nomignolo, quando non si facevano chiamare italicamente Mamma, ma ce n'erano pure di bizzarre, che si facevano chiamare Sirena e Farfalla.

(Agenzia Franco Sapi)
Stefano Mondo, di cui non si conosceva il cognome, si faceva chiamare 'Mondo' per la sua devozione a Mondo Beat

In una foto scattata nei primi giorni di apertura della Cava, Melchiorre Gerbino, Gunilla Unger, Maria (con un fiore tra le dita}, Stefano Mondo (con la sigaretta in bocca ).
_____________________________________________________________________________

Domenica 5 febbraio alla Cava arriva Vittorio Di Russo, che, come Melchiorre Gerbino aveva previsto, ha lasciato quasi subito Genova per tornare a Milano. Ha con sé Rosa, una ragazza milanese che fa la fioraia, presso cui ora abita. Rosa è minuta, carina, innamorata di Vittorio. Vittorio sta sul chi vive e resta poco, perché teme, giustamente, che ci siano infiltrati nella Cava informatori di polizia, che potrebbero segnalarlo alla Questura.
Nella settimana che segue Vittorio e Rosa fanno fugaci apparizioni alla Cava e Rosa mostra sempre timore per la sorte di Vittorio e fa pressioni su Umberto Tiboni e su Melchiorre Gerbino perché non lo si trattenga, cosa che in loro crea imbarazzo, perché non fanno nulla per trattenerlo. Vittorio, dal canto suo, per un verso è preoccupato a causa della Questura, per altro verso è nervoso perché avverte che ha perso ascendente sui giovani di Mondo Beat. Sono passati tre mesi da quando egli non è stato più attivo nel Movimento e durante questo tempo sono successi eventi eccezionali, come la Manifestazione delle Manette e la Manifestazione dei Fiori, e ora si può esercitare influenza a Mondo Beat se si programmano e capeggiano azioni mirate contro il sistema, e Vittorio non si può muovere perché, se lo fa, la Questura lo arresta e un pretore lo condanna a tre mesi di carcere. Ma la vera tragedia di Vittorio è che egli non si rende conto di come funzioni il sistema italiano, perché non ne conosce l’impianto. Ora che vorrebbe defilarsi dalle azioni di rottura di Mondo Beat e mettersi serenamente nei panni del "padre fondatore", egli cerca compromessi con la Questura di Milano, che non ha poteri decisionali, perché ubbidisce a "ordini superiori", quando invece dovrebbe recarsi a Roma, da quei quattro gatti del Partito Repubblicano Italiano, che sono nella coalizione governativa e cercano disperatamente ossigeno tra i giovani. I repubblicani gli farebbero ponti d’oro, per farlo passare dalla loro parte! Ma Vittorio non ha cognizione dello scenario politico italiano.

Domenica 12 febbraio mattina, forse mal consigliato da Rosa, Vittorio entra risolutamente nella Cava, seguito da sei giovani. Rosa aspetta in un bar poco distante. Vittorio scende nello scantinato che rigurgita di ragazzi e ragazze e grida: -"Basta! Andiamocene tutti da qui! Questo è un posto marcio! Andiamo a purificarci a Rapallo nella villa di Barry McBuir!" che è un ragazzo anglo-italiano del gruppo, la cui madre ha una villa a Rapallo. Quelli che non conoscono Vittorio restano a chiacchierare dei fatti loro, gli altri restano interdetti. Melchiorre Gerbino dice a gran voce: "Chi vuole, vada a Rapallo! Tanto qui può sempre tornare!"... e Vittorio, con voce imperiosa: "Andiamo!"- e si avvia, seguito da quei sei coi quali è venuto, fuori dalla Cava e dalla storia di Mondo Beat.
I sei che erano con lui tornano alla Cava dopo mezz’ora. Vittorio torna il giorno dopo, ma non entra, manda un ragazzo per farmi venire fuori, io lo invito a rientrare, ma Vittorio non vuole... non sa più cosa vuole.
Durante il periodo di Mondo Beat non lo incontro più. Dopo lo scioglimento del Movimento vado due volte a visitarlo a casa sua.
Verso la fine di ottobre del 1967 lascio Milano e non vedo più Vittorio Di Russo durante nove anni. Nel settembre del 1976, mentre sto compiendo un giro del mondo, passando da Milano incontro per caso Vittorio Di Russo nel parco del Castello Sforzesco. Non è più con Rosa. Mi dice con affetto: "A Milano hai lasciato il ricordo di un gran figlio di puttana!" e mi accompagna alla Stazione Centrale al mio treno per Bruxelles. Dopo di allora non l’avrei più rivisto.
Vittorio Di Russo é stato il più generoso di tutti noi di Mondo Beat. Chi l’ha conosciuto non può dimenticare il suo sorriso di leone sognatore.

Vittorio Di Russo in due foto scattate in occasione delle sue fugaci apparizioni alla Cava (Agenzia Franco Sapi)
Vittorio Di Russo tra i giovani della Base di Mondo Beat   L'immagine di Vittorio Di Russo sarebbe rimasta sempre ad aleggiare sul Movimento Mondo Beat

(foto di sinistra) Vittorio Di Russo col pullover bianco. Alla sua sinistra Sisso; alla sua destra, sulla stessa fila, Pierluigi Perronace Principe e Alfio D’Agosta Giuda; in basso, col colbacco, Albert Villi Augerau che suona la chitarra.

(foto a destra) Vittorio Di Russo seduto sul tavolo; alla sua destra Adriana e Tella Ferrari; alla sua sinistra sulla stessa fila Giorgio Cavalli Ombra, Daniele, Antonio Di Spagna Papà, che guarda in direzione del fotografo, e Alfredo.

(AGI - Il Giorno - 3.1.1968)                                                            (AGI - Il Giorno - 10.10.1967)
Vittorio e Rosa Di Russo ebbero due figli   Infine, l'unione tra Vittorio e Rosa Di Russo sarebbe diventata tanto critica che sarebbero stati tolti loro i figli

(foto a sinistra) Vittorio e Rosa Di Russo a Natale del 1967.

(foto a destra) Rosa Di Russo davanti al comando dei carabinieri di Via della Moscova protesta per l’ennesimo arresto di Vittorio, i cui guai purtroppo sarebbero continuati anche dopo Mondo Beat.
_____________________________________________________________________________

Tornando ancora alla cronologia della storia di Mondo Beat, il 16 febbraio Umberto Tiboni localizza una tipografia ubicata vicino alla Cava, la "Tecnografica Milanese", disposta a stampare a spron battuto e a prezzo imbattibile un numero di Mondo Beat, a condizione che lo si paghi anticipatamente. Umberto Tiboni, Gunilla Unger e Melchiorre Gerbino raggranellano i soldi: un po' li hanno dalla vendita del secondo numero di Mondo Beat (di cui 4000 copie, delle 5200 della tiratuta, sono ancora invendute) e buona parte li mettono loro a fondo perduto. Ma da lì in avanti si dovrà per forza di cose essere autosufficienti e i soldi per l’affitto della Cava e per la stampa dei numeri della rivista non potranno venire che dalla vendita di questa, fermo restando che in essa non si accetteranno mai inserzioni pubblicitarie. Umberto Tiboni e Melchiorre Gerbino pensano di potercela fare, perché dopo l'apertura della Cava il Movimento si è sviluppato enormemente. Perciò quel giorno stesso si recano alla Tecnografica Milanese e consegnano il menabò e l’assegno per la stampa di quattromila copie di un nuovo numero della rivista Mondo Beat.

Sabato, 18 febbraio, la Questura accerchia la Cava, dispiegando nelle strade adiacenti ad essa un gran numero di poliziotti in borghese.
La Questura aveva sospeso le operazioni contro Mondo Beat dai primi di febbraio, aspettando "ordini superiori" da Roma. Ciò aveva fatto la Questura perché colta di sorpresa dall’apertura della Cava, sede ufficiale della redazione di un quindicinale che aveva tutti i crismi della legalità: registrato alla Camera di commercio, all’Ordine dei giornalisti, al Tribunale di Milano... Ora il cablogramma da Roma era arrivato ed era "REPRIMERE!" e la Questura prontamente aveva accerchiato la Cava.
Ed era facile ora intercettare i giovani non residenti a Milano. Agli agenti in borghese bastava fare controlli di documenti nelle strade adiacenti la Cava.
Saremmo stati perciò falcidiati da diffide e fogli di via obbligatori e tra i tanti avremmo perso Stefano Mondo che, una volta diffidato, avrebbe deciso di lasciare Milano.
E questa delle diffide e dei fogli di via obbligatori sarebbe diventata prassi poliziesca nelle città dove il Movimento si era propagato: Torino, Genova, Bologna, Firenze, Roma, Padova, Trento... E così, per un verso, sarebbero partiti dalla Cava i diffidati di Milano, per altro verso vi sarebbero arrivati i diffidati di altre città, e tra questi alcuni diffidati di tre, quattro, cinque città!... E a rendere ancora più surreale la situazione, nel pianterreno della Cava ci sarebbe stata una sfilata interminabile di curiosi, e la domanda che tutti avrebbero posto, come un ritornello, sarebbe stata: "Ma voi perché protestate?". Non potendo mandare la gente al diavolo, né stare a spiegare a ognuno cosa stavamo facendo, nella disperazione dell’incomunicabilità, a un certo punto a Melchiorre Gerbino venne di parafrasare la terminologia burocratica della Questura, che ci contestava diffide e fogli di via obbligatori, e alla signora col cagnolino disse- "Noi non protestiamo, signora, noi contestiamo!". Gli sarebbe allora balenato nel cervello lo slogan "l’inserito protesta, il beat contesta" e al curioso che avrebbe seguito, il droghiere della strada accanto al cui fratello era scappata la figlia col capellone, che gli avrebbe chiesto: "Ma voi perché protestate?"- Melchiorre Gerbino avrebbe risposto: "Lei protesta, per le tasse. Il beat contesta! Perché non si piega al lavoro salariato, abbandona la famiglia, ripudia la scuola".
Lo slogan l’inserito protesta, il beat contesta avrebbe avuto un esito travolgente, perché la gente avrebbe finalmente capito! E i giovani di Mondo Beat lo avrebbero adottato PERCHÉ QUESTO FACEVAMO NOI: CONTESTAVAMO IL SISTEMA.

(Agenzia Franco Sapi)
Quelli furono i giorni in cui i giovani di Mondo Beat mutarono da capelloni in contestatori
Lo scantinato della Cava a fine febbraio 1967

Il primo seduto Daniele; con la chitarra, Roccia; sopra di lui, che guarda perplesso, Marco; alla sua destra, Alfredo; in alto, sorridente, Sisso; più in basso, con la barba, Antonio Di Spagna Papà; due piazze più a sinistra, con la chitarra, Nicola Paterlini Lino.

Storia di Mondo Beat. Capitolo 7